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RODOLFO GRAZIANI E LA VERGOGNA DEL COLONIALISMO ITALIANO.

 

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Rodolfo Graziani (1882 – 1955) nasce e cresce ad Affile, nei pressi di Roma e torna a viverci nel dopoguerra dopo essere uscito di prigione. Al fresco non c’era rimasto a lungo: lo avevano condannato a diciannove anni di galera per collaborazionismo coi nazisti, ma aveva scontato soltanto quattro mesi in quanto, a differenza di quanto avvenne per i gerarchi tedeschi, quelli italiani non vennero – purtroppo – sottoposti al processo di Norimberga. Insomma lui, come altri, la passò liscia.

 

Ma in Cirenaica e in Etiopia Graziani ordinò enormi stragi di civili e deportazioni di massa che coinvolsero donne e bambini, facendosi la reputazione di macellaio: per isolare i guerriglieri dalla popolazione aprì campi di concentramento nel deserto dove mandò a morire decine di migliaia di civili. Sterminò le mandrie e bruciò i raccolti. Represse la resistenza usando aggressivi chimici e innalzando forche. Mise a segno uno dei suoi 'colpi' facendo catturare ed impiccare sotto agli occhi increduli di ben 20,000 prigionieri Omar al Mukhtar, settantenne capo della guerriglia.
Ma l’abisso della sua carriera da aguzzino lo toccò in Etiopia, all’epoca denominata ancora Abissinia.

 

 

La conquista dell’Abissinia, nonostante Mussolini la spacciò agli italiani come totale e definitiva, fu sempre precaria e non riguardò mai più di un terzo del Paese. In principio Rodolfo Graziani era praticamente bloccato ad Addis Abeba assediato dai partigiani etiopi.
Ricorse quindi alla repressione in modo forsennato, facendo bombardare i territori non sottomessi con armi chimiche come l’iprite (che causa orrende piaghe su tutta la pelle), il fosgene (che blocca le vie respiratorie) e le arsine (che distruggono i globuli rossi).
Nel mentre, i plotoni di esecuzione lavoravano senza sosta. Tutta la classe dirigente dei Giovani Etiopi fu sterminata. Al fine di terrorizzare la chiesa copta, pilastro della comunità locale, venne condannato a morte perfino il giovane vescovo di Addis Abeba.

Il 19 febbraio 1937 Graziani fu vittima di una attentato da parte di due partigiani eritrei, e all’attentato seguì una rappresaglia violentissima contro la popolazione locale, un linciaggio indiscriminato. Addis Abeba fu messa a ferro e fuoco e le vittime furono migliaia. I morti ammazzati non avevano a che fare con l’attentato, si trattava semplicemente di dare una lezione a chi si opponeva al suo becero colonialismo, in pieno stile da squadrone fascista.

 

 

Ecco, tanto per farvi rivoltare un po' e farvi capire di che razza di animali stiamo parlando, ecco cosa fa l'illustre cittadino di Affile, come descritto dal giornalista Ciro Poggiali del “Corriere della Sera” presente sul posto:

«Ad Addis Abeba è in atto una vendetta condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada. Vengon fatti arresti in massa; mandrie di persone sono spinti a tremendi colpi di curbascio [frusta] come un gregge. In breve le strade sono seminate di morti. Vedo un autista che dopo aver abbattuto un vecchio con un colpo di mazza gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile descrivere tale scempio che coinvolge gente innocente».

Graziani, convinto che gli attentatori si fossero rifugiati nel monastero copto di Debra Libanos, da allora il più terribile dei suoi ordini: sterminare chiunque si trovasse in loco. Monaci, pellegrini e giovani seminaristi (ragazzini di 13-14 anni) vengono massacrati a colpi di mitragliatrice. 2.000 morti. Le vittime, portate a gruppi di venti-trenta sull’orlo di un dirupo, venivano incappucciate e fatte inginocchiare l’una accanto all’altra. I corpi furono gettati nel dirupo. Al comando delle truppe che commisero la strage c’era il generale Pietro Maletti, altro gran bel personaggio.
Non contento di tutto questo sparger di viscere, Graziani ordinò di sterminare cantastorie, indovini e guaritori, senza eccezioni.

 

Nel 1937 Graziani , a causa dello scontento della povera popolazione, inizia a dare segni di squilibrio, a Roma se ne accorsero e senza tanti preamboli lo rimossero dall’incarico, inviando ad Addis Abeba un viceré più moderato, Amedeo di Savoia-Aosta. Ma questa è già un’altra storia.

Nel 1940 Graziani viene mandato in Libia e, dopo aver tentato di invadere l’Egitto ed una sfilza di sconfitte, venne destituito da Mussolini che aprì un’inchiesta sul suo operato.

Tornato in patria, Graziani rimase «parcheggiato» per due anni. In quel periodo dovette anche sopportare l’accusa di vigliaccheria, per aver diretto le operazioni da una tomba greca di Cirene, profonda trenta metri e lontana dal fronte centinaia di chilometri.

Nel 1943 gli viene offerto di comandare le forze armate dello stato-fantoccio della Repubblica Sociale Italiana. Qui divenne responsabile della fucilazione di ogni singolo renitente alla leva durante Salò, continuando nella sua spregevole condotta ciò che aveva fatto in Libia e in Etiopia in una spirale di eccessi di violenza.

Arreso agli Alleati nel 1945, dopo una brevissima detenzione e una breve presenza nel MSI, si ritirò a vita privata. Morì nel suo letto nel 1955.

 

Il Mausoleo di Affile

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Il documentario "Debra Libanos" è il film del regista Antonello Carvigliani che toglie il velo su una delle vergogne dell’Italia coloniale, per troppi anni caduta nell'oblio.

Si ringraziano gli storici come Angelo Del Boca, Giorgio Rochat, Maura Palazzi, Simone Belladonna e Filippo Focardi per aver inserito questa vergognosa vicenda nella storiografia italiana.