reportage di Agatha Orrico

24/08/2016 – 24/08/2019

“NON C’E’ PIU’ VITA DA QUESTE PARTI…”

La bellissima Amatrice prima del sisma
(in copertina com’è oggi)

É con questa frase in testa che arrivo ad Amatrice e le sue frazioni in un’afosa giornata di agosto, a 3 anni esatti dal terribile sisma che, il 24 agosto 2016, insieme alle impalcature degli edifici fece precipitare vorticosamente la vita di migliaia di persone in un enorme buco nero di incertezze. Uscendo dall’Hotel Terme di Acquasanta dove ho soggiornato per realizzare questo speciale, e che fu uno dei primi luoghi ad offrire volontariamente ospitalità agli sfollati, mi imbatto in un volantino che ritrae il Duce, che negli anni ’30 avrebbe costruito nelle Volture 3.746 case in 3 mesi: realtà o propaganda per nostalgici? Soprassediamo che è meglio.

Salgo in macchina e lungo la strada è un susseguirsi di cantieri, quasi tutti fermi, mi auguro per ferie. Consultando le mappe scopro che alcuni luoghi stanno scomparendo anche dalle cartine geografiche, come Pescara del Tronto, un intero paese che in pochi istanti è stato completamente raso al suolo. Le due vie di accesso sono infatti entrambe bloccate, intravedo solo un mucchio di rovine su di una collina.

Pescara del Tronto

Sotto, lungo la via, circondato da montagne, uno spiazzo che ricorda quello di un centro commerciale. Qui, su di un quadrato di terra arida ricavato da una colata di cemento, sono stati sistemati i sopravvissuti del piccolo borgo e limitrofi, una delle tante new town. Parcheggio la macchina e scendo. C’è una lunga fila di casette in legno attaccate le une alle altre, al centro un’area verde con un cavalluccio che sarà grande all’incirca 6metri per sei. Le casette, che dovevano essere una soluzione abitativa provvisoria, vennero consegnate dopo un anno che gli sfollati vivevano nei tendoni a coloro le cui case erano andate distrutte.

Ma durante quello che ho definito il mio viaggio nella terra dei dimenticati, ho dovuto amaramente constatare che la parola “provvisorio” qui ha un altro valore, che si potrebbe sostituire con “un tempo indeterminato”. Il caldo in quest’area è soffocante, toglie il respiro, saranno i raggi aridi del sole estivo che rimbalzano spietati dall’asfalto rovente.

“Caldo d’estate e freddo tutto il resto dell’anno” mi conferma una signora quando le chiedo come sia possibile sopravvivere durante i rigidi inverni dell’Appennino. E difatti mi elenca vari problemi legati agli alloggi, come muffa e umidità. Un’altra cosa che salta all’occhio, anche per chi, come me, non è ingegnere, sono i tetti: come mai non li avranno fatti spioventi come si usa nelle zone montane per evitare accumuli di neve durante le forti nevicate? Ma non ci sono ingegneri a cui rivolgermi. Il mercato della new town è composto da un’unica bancarella che vende pantaloni da uomo, poi ci sono un piccolo shop di alimentari e un bar con alcuni tavolini. Sto male dal caldo, davvero. Tre anni a vivere qui… In lontananza,staccati dalle casette, scorgo una fila di containers in lamiera, una decina, mi dirigo lì. All’esterno di un container c’è un anziano che con un rastrello sta estirpando delle erbacce cresciute davanti alla sua ‘abitazione’. Quando lo saluto ricambia timidamente e cominciamo a parlare.

“Come mai non è nelle casette?” chiedo. “Non ce le hanno date, veniamo da una frazione; non possiamo entrare nelle nostre case ma, non e s s e n d o c o m p l e t a m e n t e distrutte, hanno detto che non avevamo diritto alle casette. Questi containers sono abusivi, ma da qualche parte dobbiamo pur vivere se non abbiamo parenti da cui stare”. Non c’è ombra di lamento, solo tristezza negli occhi che devono aver perso un po’ di lucentezza a causa degli eventi che sono venuti a modificare la sua esistenza. Un altro signore con una lunga barba bianca sta spostando alcuni sassi sollevando un sacco di polvere, lì dove l’asfalto non arriva. Mi indica un punto sulla collina. “Ecco quella è la mia casa” alzo lo sguardo e vedo un mucchio di pietre. Non ha parlato al passato, è come se il tempo si fosse fermato e dovesse ripartire da un momento all’altro. Mi sforzo di sorridere. Mi dice che lì sono morte la sorella e la moglie e mentre lo dice abbassa lo sguardo che si è fatto serio. “Io sono rimasto sotto alle macerie 5 ore, ma in certi momenti le ore sembrano giorni” mi dice un altro. “Della mia famiglia non ho perso nessuno. Certo, ho visto morire quasi tutti i vicini di casa, che erano come una famiglia, perché qui da noi c’è unione, la famiglia e gli affetti sono la stessa cosa. Ora la mia famiglia è lui” mi dice indicandomi il signore con la barba.

Le tende dove i sopravvissuti hanno vissuto per quasi un anno

“Mio figlio se n’è andato a Roma, non c’era più niente per lui” dice un altro con tono dispiaciuto, gli chiedo perché non lo ha seguito, si spalanca in un sorriso che lascia intravedere parecchi denti mancanti – e mi chiedo come ci si paga il dentista quando non si ha un lavoro – “questa è la mia terra, qui sono nato, qui morirò”. Chiedo se si fa vivo qualcuno delle amministrazioni. “L’anno scorso c’era una fontanella qui davanti, si è rotta e sono sei mesi che ci promettono di venire a sistemarla, ma non si è più visto nessuno. Peccato.” “Che ci vuol fare cara signora” mi dice il signore col rastrello abbassando lo sguardo “siamo stati sfortunati, ma poteva andarci peggio. Il modo di andare avanti bisogna trovarlo da qualche parte”. Mi congedo e mi avvio verso il bar. Qui trovo un altro gruppetto di persone, quasi tutti anziani, a parte una giovane che serve caffè. Comincio a chiacchierare e quando dico che vengo da Brescia: “Ah gli alpini, brava gente. Non solo da Brescia, sono arrivati un po’ da tutta Italia. I boy scout, la Caritas, la protezione civile…sono passati tutti da qui, quando eravamo ancora nei tendoni”. Già. Poi però gli alpini e gli scout e la Caritas se ne sono andati e tutto è rimasto fermo, cristallizzato nel tempo.

Ci sono state le istituzioni? “Si, come no, abbiamo visto passare tutti i politici, uno alla volta. C’è stato perfino chi ha dormito nei container. Parole, promesse…e poi…” mi confermano con lo sguardo basso senza mai guardarmi, come se stessero contando le mattonelle sul pavimento. Me li immagino si, tutti i nostri politici, di destra di sinistra e dei prima gli italiani, a stringere mani per poi squagliarsela come neve al sole dopo un selfie a braccetto con i terremotati. “I politici ci hanno abbandonato, ma non la gente, ci siamo sentiti amati da tutta Italia”. “I giovani scappano da questi posti, qui non c’è più futuro”. Lo sguardo delle persone è vigile, come se ci si guardasse attorno per scongiurare da un momento all’altro qualcosa di inaspettato che potrebbe arrivare a turbare la quiete.

NEI LUOGHI DEI SOPRAVVISSUTI

Mi lascio alle spalle questa piccola new town assolata e, dopo nemmeno un chilometro, intravedo un agglomerato di case in pietra, saranno una ventina. Parcheggio e scendo. É un luogo fantasma, senza vita. Le case che non sono crollate sono punteggiate da travi, sorrette da impalcature e chiuse con pesanti ganci in ferro. Mi pare di sentire un rumore di passi, ma è un gatto che scappa a nascondersi dietro al tronco di un albero, un sopravvissuto anche lui. Poco distante scorre un fiumiciattolo, la natura è rigogliosa. Penso a che bel posto doveva essere prima del terremoto, con la vita dentro e il profumo delle cose. Mi guardo attorno, chiudo gli occhi e provo a immaginare tornando indietro nel tempo. Vedo negozi e macchine che scaricano sacchetti della spesa, e bambini che corrono tra le braccia delle mamme e tv accese. Tra le fessure delle travi si intravedono ancora alcuni arredi: tavoli, sedie…tutto è rimasto come la spaventosa notte del boato. Percorro la via quando, su di una scala, seduto reggendosi con un bastone, vedo un signore, avrà un’ottantina di anni. Lo saluto, ci sorridiamo. Mi presento, si presenta anche lui, si chiama Giovanni.

Io con Giovanni

Mi dice di essere nato in questo borgo. Da due anni vive a casa del figlio, ad una ventina di chilometri a valle, ma una volta al mese si fa accompagnare qui. “Questa è la mia casa” dice indicandomi l’edificio di spalle. “Possono raderla al suolo, ma io solo qua mi sento a casa mia”. Mi siedo accanto a lui, non so che dire. Non voglio intromettermi a disturbare i suoi pensieri, forse aggrappati alla nostalgia della gioventù, provo solo un senso di gratitudine per avermi concesso l’onore della sua compagnia.

Ma è lui che comincia a parlare. Giovanni mi racconta del figlio di un caro amico, un certo Pietro, che quella notte si è salvato perché lavorava al forno. Dopo la scossa si precipitò a casa a rotta di collo dalla sua famiglia. Ma arrivò troppo tardi: la moglie e le due figlie erano già morte, intrappolate e sepolte sotto a metri di detriti e macerie. Il fatto di non essere riuscito a salvarle ha rischiato di condurlo alla pazzia. “Tante persone qui sono impazzite per il dolore, chi è dipendente dai farmaci, chi si è suicidato…è qualcosa che è difficile da affrontare, ti senti responsabile, anche se non avresti potuto fare niente”. É la colpa di chi è sopravvissuto. “Anche con quella ci tocca convivere” mi dice. I suoi occhi sono diventati lucidi e anche i miei. “La vita può cambiare in un secondo” sussurra. É una ferita che non passa, il dolore è ancora vivo, posso percepirlo. Non so più quanto tempo siamo rimasti seduti in silenzio su quei gradini, senza parlare, poteva essere un secondo o una vita intera. Mentre mi allontano mi tornano alla mente le parole di Barnes “ci sono delle cose che non riescono ad ucciderci, ma ci rendono più deboli per sempre”.

Arquata del Tronto

Proseguendo verso Amatrice si passa da Accumoli, il secondo paese ad aver subito più vittime. Stanno asfaltando una strada già asfaltata, mi chiedo per chi dato che lungo la via non ho incrociato anima viva, e sono le tre del pomeriggio, e magari ci sarebbe altro da fare. Su di un ponte sono stati attaccati degli striscioni scritti a mano: “Sò 3 anni che passeggiate su ste macerie, limortacci vostri”. “Il terremoto c’ha interrato, ma voi c’avete abbandonato”. “Non siamo seconde case ma proprietari esiliati”. “Turisti de nome, terremotati de fatto”.

Quello che era un borgo turistico di una quarantina di case in pietra, vicoli fioriti, una piazzetta e una chiesa ora è un unico cantiere di macerie recintate, case crepate e ruspe che spostano calcinacci (ancora dopo 3 anni?!) Parlando con gli abitanti faccio un’altra amara scoperta. Questa gente è sopravvissuta 3 volte: la prima quella fatidica notte, poi quando c’è stata ad ottobre 2016 la scossa di assestamento, che ha fatto crollare gli edifici pericolanti. Poi sopravvissuti perfino alla neve. Si, perché dopo i terremoti molto intensi è altamente probabile una nevicata eccezionale. E quell’anno la neve sfiorò i tre metri di altezza, tanto che la gente che stava nelle tende allestite dalla protezione civile rischiò di morire soffocata e per il freddo causato dalle temperature rigidissime. “Hanno dovuto arrivare con gli elicotteri e tirarci fuori dall’alto”. Altri morti. Scosse e neve. Quante ingiustizie, quanta sofferenza…

LE FERITE DI AMATRICE

Arrivo nella zona rossa di Amatrice. All’ingresso dell’altopiano c’è un cartello con scritto “zona militarizzata” e infatti l’intera area è pattugliata da camionette dell’esercito. Mi avvicino per fare una foto ma interviene un funzionario che mi chiede di non fotografare, per rispetto ai morti. Lungo i due tornanti che conducono verso quello che era il lungo ingresso del paese ci sono macerie dappertutto: una chiesa diroccata, con ancora schegge di vetri colorati penzolanti dalle finestre, che mi verrebbe voglia di scavalcare e staccarli. Un supermercato squarciato da una voragine, un distributore di benzina dove sono rimaste solo le pompe.

Ovunque si leggono le ferite del terremoto, desolazione e palazzi smembrati. Colpisce l’immobilismo e qui, più che in ogni altro luogo, mi assale la consapevolezza che siamo lontanissimi dalla ricostruzione. Il cielo è terso, il caldo è torrido e solleva una polvere bianca che conferisce al paesaggio un’aria rarefatta, quasi selenitica. É un alternarsi a destra e sinistra di ruderi e macerie transennate, dove si intravedono ancora le fondamenta degli antichi palazzi. É un’immagine drammatica che fa da sfondo all’inconsolabile perdita di vite umane, trattenute per ore all’interno di quelle macerie. Dove c’era il centro colorato e pieno di vita di uno dei borghi più belli d’Italia, Corso Umberto, ora ci sono solo scheletri di edifici. Qua e là una ruspa. Mi chiedo quanti anni ancora ci vorranno per portare via tutto, dato che ne sono passati tre.

Corso Umberto prima e dopo il terremoto
Corso Umberto oggi

“Non siamo residenti, siamo resistenti” si legge su di un cartello. Dove all’indomani dell’immenso boato del 24 agosto 2016 che squarciò il paese c’erano macerie accatastate oggi c’è una strada sgombra percorribile in auto. Parcheggio accanto alla caserma dei carabinieri sistemata in due gabbiotti, provvisori anche quelli, collocati a ridosso di una collinetta di detriti che pare siano in procinto di cadere da un momento all’altro.

Faccio una sosta per raccogliere le idee in un piccolo parco con targa commemorativa di fronte ad un campanile del quale resta solo l’intelaiatura e tre campanacci. Lì accanto c’è un parco più grande, quello originale, transennato e chiuso “per inagibilità”, e la domanda è sempre la stessa: perché non sistemare quello invece di costruirne un altro a due metri? Siamo in Italia…

Proseguendo a piedi si arriva all’Amatrice ricostruita, la new town, quella fittizia nata per essere provvisoria ma che con buone probabilità rischia di diventare definitiva, condannando centinaia di persone ad un destino quasi certo di terremotati a tempo indeterminato. Un piccolo centro commerciale su due piani. Entro. Anche qui un caldo soffocante, non c’è aria condizionata. Lusso per altri. Una decina di negozi, un fotografo, un bar, qualche negozietto, magneti per turisti e il famoso sugo all’amatriciana venduto in vasetti. I danni di una ricostruzione inesistente hanno relegato migliaia di persone in strutture prefabbricate dove la vita è un disagio quotidiano e l’ottimismo potrebbe cominciare a diventare una clausola da pagare a caro prezzo. Anche qui sono quasi tutti anziani, i giovani si contano sulle dita di una mano, e chissà se torneranno. Conosco Giancarlo, un signore sulla settantina che accetta di raccontarmi la sua storia.

Si cercano di dispersi tra le macerie

“Mi sono salvato per miracolo, perché quella notte ero agitato e non riuscivo a prendere sonno. Mi sono alzato e vestito per scendere a prendere un po’ d’aria, ma mentre ero sulle scale sentii un terribile boato. Erano le 3 e trentasei minuti. Il pavimento cominciò ad aprirsi sotto ai miei piedi facendomi precipitare e sommergendomi di macerie. Restai intrappolato per 3 ore. Mi sentivo soffocare, udivo i pianti e i lamenti di altre persone attraverso i calcinacci. Cercavo di chiamare aiuto ma non avevo fiato per via della polvere. Mi feci forza e cominciai a scavare con le mani, e scavai febbrilmente finchè riuscii a liberarmi da solo. Fuori era buio pesto e c’era un silenzio spettrale interrotto solo dai gemiti di chi era sepolto e chiedeva aiuto. Nel frattempo erano arrivati i soccorsi e si estraevano i cadaveri. Ce n’erano dappertutto.

Si dava la precedenza ai feriti gravi, mi dissero di sedermi e di aspettare una barella. Fu lì che vidi un giovane che vagava, con lo sguardo perso nel vuoto. Era in pigiama. Lo guardai, camminava scalzo, aveva i piedi completamente insanguinati. Nessuno badava a lui. Lo chiamai ma non mi guardò, allora gli andai incontro. Lo feci sedere e gli dissi di prendere le mie scarpe, mi tolsi anche le calze e gliele diedi ma non reagiva, dovetti infilargliele io. Ricordo che le scarpe gli andavano enormi, io porto il 44, lui avrà avuto si e no il 38/39, ma che importava…Poi arrivò l’ambulanza e lo portarono via. Non lo rividi mai più, ma venni a sapere mesi dopo che quella notte aveva perso entrambi i genitori. Povero figliolo”. Sento una morsa alle tempie. Chiedo a Giancarlo dove vive adesso, e mi spiega che si è trasferito ad Ostia. “Qui ho perso tutto, avevo un negozio che è andato distrutto, la mia casa non c’è più, gli amici più cari sono morti. Torno una volta al mese, questa è pur sempre la mia terra, qui ci sono nato, vorrei dare una mano ma è tutto fermo”. Si scusa con me, a nome dei compaesani, per non aver molto da offrire a noi turisti…

“NON E’ UN PAESE PER GIOVANI”

“Non c’è più futuro qui per i nostri giovani, gli conviene andarsene” è un’altra di quelle frasi che ha accompagnato i racconti di questi giorni. Eppure è proprio un giovane dalla storia singolare che mi viene incontro. Se ne sta seduto con i gomiti puntati sulle ginocchia e le mani intrecciate sotto al mento davanti ad un’impalcatura in legno sotto alla scritta “Tramandare il bello”. Mi sorride e mi chiede se voglio entrare a visitare il museo. Qui tutti sorridono e salutano, non come dalle mie parti che a stento i vicini ti rivolgono la parola. Dicevo che la sua storia è singolare perché, se quasi tutti i giovani da qui sono scappati, lui, un anno dopo il sisma, ha voluto trasferirsi ad Amatrice. “Mi sono iscritto all’Università a Roma ma poi ho sentito che dovevo fare qualcosa per il paese dei miei genitori, il futuro siamo noi. Voglio restare. Non voglio veder morire questi borghi”. Marco fa la guida di questo piccolo museo voluto dalla diocesi. Mi spiega che l’allestimento serve a mantenere vivo ilpatrimonio artistico di questi altipiani e ricollocare, un domani, le opere che si sono salvate dal sisma nelle loro sedi originali. Bravo Marco, non siamo fatti solo per questioni materiali ed economiche, dobbiamo curare anche la nostra dimensione spirituale e culturale. Ogni luogo ha la propria geografia antropica che si amalgama ai luoghi della storia, dove siamo nati e vissuti.

“IL TEMPO CHE PASSA CI FA PAURA”

Un quadrato di “casette” e al centro un piccolo parco giochi, sull’altalena un unico bambino e la sua mamma che lo guarda con apprensione per paura che cada. É la new town di Amatrice e chi ci abita ha vissuto per un anno nelle tendopoli, patendo il gelo dell’inverno. Anche questa situazione non è certo delle migliori, perché il concetto di casa è ben lontano da quello delle nostre confortevoli abitazioni. “Sono state costruite per offrire una sistemazione provvisoria, sono caldissime in estate e fredde nei mesi invernali. Non voglio abituarmi a viverci, ma purtroppo…” mi dice una signora minuta dallo sguardo smarrito e le mani svelte, anche lei sulla settantina, che si fa il fresco con un giornale piegato in quattro. Ha i capelli bianchi raccolti in una crocchia annodata sulla nuca. La sua casetta è circondata da vasi di gerani fioriti, alle finestre tendine color verde pastello. “Ho cercato di ricreare casa, ma quella vera è a 200 metri da qui, ci sono dentro ancora le mie cose, lo sa? Le cose di un’intera vita, conservate con tanto sacrificio.

Prima o poi le riavrò”. Provo a immaginarmela, come doveva essere curata la sua casa. Mi immagino le stoviglie riposte ordinatamente sopra alla cappa della cucina, i gingilli allineati in una vetrinetta, i vestiti ben stirati adagiati nell’armadio… “Ci abbiamo messo tutta la vita a pagarla casa nostra, e ora non ci possiamo entrare. Hanno deciso di dare la precedenza alle case più distrutte per la ricostruzione, ma si parla di anni”. Un’altra contraddizione: perchè non sistemare prima le case pericolanti? “Non sappiamo che ne sarà del nostro futuro. Tra due anni le casette non rientreranno più nel progetto gratuito, che ne sarà di noi, non avremo più un tetto per dormire?”. Le chiedo se se la sente di raccontarmi di quella notte. “Soffro d’insonnia, non riuscivo a dormire. Stavo seduta in salotto e mi ero appisolata. Poi un boato fragoroso seguito da 142 secondi di puro terrore. La terra ha cominciato a tremare. Tremava così tanto che i muri hanno cominciato a sbriciolarsi di fronte a me come fossero di gesso. Il lampadario si staccò e cadde fracassandosi a terra. Era di mercoledì, non me lo posso scordare. Non so come ho fatto a non morire di infarto. Io e mio marito ci siamo salvati, ma quel momento ritorna ogni notte a bussare nei miei incubi, vivo nella paura”. Lascio a malincuore la nonnina non prima di averle offerto qualche parola di conforto, ma che se ne farà delle mie frasi di circostanza? La mia mente ormai vaga, mi sento vuota e inutile. Come si sopravvive ad un trauma del genere? Disturbi del sonno, ansia, incapacità di concentrarsi, dipendenza dai sonniferi, sono conseguenze quasi banali se confrontate con chi ha tentato il suicidio o ha dovuto seppellire i propri parenti, ma comunque fanno vivere male. Le giornate scandiscono inesorabilmente legate ad un evento conosciuto che incute paura, ad un senso strisciante di pericolo imminente, ed è come se questa gente vivesse un’attesa, quella del terremoto, che diventa ancora più spaventosa sapendo che potrebbero tornare.

Si è fatta l’ora di cena e mi hanno consigliato l‘area food, un piccolo complesso – provvisorio, che ve lo dico a fare! – dove si sono spostati i ristoratori del centro.

Me lo ricordavo perché ci fecero una puntata di Master Chef lo scorso autunno, ma questa sera non c’è Bastianich a movimentare la serata. Incrocio dei turisti arrivati dal Veneto che vengono tutti gli anni per contribuire all’economia del paese. Si chiama turismo solidale, almeno si saltano i passaggi intermedi e si fa girare un po’ di soldi tra i commercianti. Ceno mangiando cose tipiche e poi mi incammino verso la macchina.

Di notte il silenzio è assordante. Non c’è nessun lampione. La temperatura è scesa, fa freddo. L’escursione termica, rispetto al pomeriggio dove rischiavo di svenire per il caldo, è impressionante, chissà in inverno… Il cielo è talmente scuro che devo accendere la torcia del telefonino per non inciampare lungo il sentiero sterrato. In lontananza si intravedono delle lucette colorate come quelle delle sagre, solo che qui non c’è niente da festeggiare. Nel buio pesto mi pare quasi di udire il boato di quella notte, sto calpestando la terra che ha tremato portandosi via palazzi storici, case, botteghe, piazze e vite, cambiando scenografia e ridisegnando i contorni di un paesaggio che non sarà mai più lo stesso. Sarà stata la suggestione dei racconti, ma mi dico che no, non posso immaginarmelo, nemmeno permettermelo, non sarebbe rispettoso verso chi l’ha vissuto. Posso solo cercare le parole giuste per raccontarlo.

La mattina dopo la tragedia la comunicazione era impossibile, i cellulari impazziti, le strade paralizzate, ai telefoni fissi non rispondeva nessuno, c’era solo la tv a raccontare cosa stava accadendo. Oggi Amatrice, assurta a città simbolo del terremoto del 2016 in centro Italia avendo pagato il prezzo più alto in termini di vittime (e poi come lei tanti altri borghi e città), rischia di restare un luogo spogliato dei suoi punti di riferimento, smembrato della sua identità culturale, un luogo senza giovani, dove la memoria storica è stata sostituita da case monocolore e negozi artificiali, testimoniata dalle fotografie del prima e del dopo sisma. É questo il terremoto, uno spartiacque nella vita delle persone tra ciò che era prima e ciò che è rimasto dopo. É in questa costola dell’Appennino, in questi territori aspri, tra i boschi, fortemente esposti a fenomeni naturali anche violenti, che la gente ha vissuto, abituata al duro lavoro, domando il territorio attraverso la fatica dei lavori manuali. La sua gente – nei suoi borghi eran quasi tutti dediti alla transumanza, agricoltori, allevatori, curvi sulle zolle, a coltivare la terra brulla – è forte, ma il sisma, nella sua inconsueta violenza distruttrice – ma soprattutto ora a causa della mancata ricostruzione – rischia di compromettere un equilibrio. L’anima di queste zone, fatta di frazioni nascoste, di stradine tortuose e difficilmente raggiungibili che hanno resi i soccorsi molto ardui, rallentano ulteriormente la ripresa. É un ambiente duro ma bellissimo e a tratti incontaminato, sulle cui vette sono tornate a volare le aquile. E non è, come banalmente ha scritto qualche giornalettaio di poco conto, un territorio malato al quale indirizzare compassione, no, semmai vicinanza. Qui nessuno chiede di inviare medicine, ma di consentire alle persone di potersi curare. Qui di malato c’è solo il sistema che non funziona e non affronta il proprio dovere, che dovrebbe essere quello di proteggere e stare accanto ai suoi cittadini. Mi chiedo come sia possibile e per quanto tempo ancora verranno lasciati questi borghi feriti e agonizzanti, in balia di una vita sospesa, attaccata al filo di una speranza che si fa sempre più labile man mano che il tempo passa, quando perfino l’erba sta sbucando tra le macerie a sottolineare il desiderio di rinascita. Il futuro ha un solo alleato e si chiama RICOSTRUZIONE, rapida, urgente, efficace, fatta bene. Il dolore è materia delicata, soprattutto quando non è il proprio, ma in questi giorni più che mai ho capito quanto sia giusto raccontarlo, dandogli un volto e una fisicità. La morte spezza alcune vite, ma la vita di chi rimane, intesa come geometria del tempo e delle relazioni umane, è più caparbia e ha il dovere di continuare, ed è proprio nel ricordo e nell’attraversamento di quel dolore che si nasconde la più fertile delle rinascite possibile.

Salgo in macchina e guido veloce, con un senso di impotenza nel cuore. Mi allontano, e guido verso il mondo che sta andando avanti, ignaro del fatto che in questi luoghi, insieme agli edifici, alle scuole e alle chiese, rischiano di restare intrappolati tra le macerie anche i sogni.

(di Agatha Orrico)

Estratto dal reportage su Amatrice pubblicato sulla Rivista Lavoro&Salute.

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Agatha

Giornalista free-lance Web Journalism Editor e Correttore bozze Collaborazione con rivista letteraria Storie - Roma Recensione dischi e Live per Magazine Shiver Un Fachiro al Cinema Magazine critica cinematografica Articoli viaggio per casa editrice Viaggi Milano

13 commenti

Tiziana · 11 Settembre 2019 alle 15:14

Nulla, purtroppo sono così mortificata e provo, così tanta vergogna per il mio Paese
Il tuo è stato un bellissimo reportage, complimenti!
Una sola considerazione, in questi anni, e soprattutto in quest’ultimo anno, hanno abusato di Amatrice e dintorni, con slogan politici su razzismo Vs migranti
Ma è possibile non vergognarsi di tutto ciò, cosa siamo diventati, abbiamo stuprato questa terra e i suo abitanti peggio del terremoto!!!! Facciamo sbarcare dalle navi questi poveri cristi, e ricostruiamo Amatrice

Mamadou Sow · 11 Settembre 2019 alle 16:55

Leggendo l’articolo mi è venuto il magone di chi ha vissuto questo terribile incubo. Un racconto real e molto coinvolgente…sono triste e arrabbiato

SABRINA VIETTI · 11 Settembre 2019 alle 19:08

Hai proprio ragione gente dimenticata da tutti ❤❤

Anna · 12 Settembre 2019 alle 11:24

Un racconto semplice e significativo, senza pesanti critiche, scritto in modo semplice e, spero, efficace Brava Agatha!

Filippo Bombara · 12 Settembre 2019 alle 14:32

Il Tuo resoconto meriterebbe di essere pubblicato da una cosa editrice nota che volesse fare del bene e devolvere il ricavato a favore di chi ha più bisogno ad Amatrice. Si può sperare in una anima buona?

FILIPPO BOMBARA · 13 Settembre 2019 alle 18:34

FAI DEL TUO ARTICOLO UN LIBRETTO PRESSO UN EDITORE CHE LO PUBBLICHI E LO VENDA A FAVORE DELLA GENTE DI AMATRICE. E’ LA MIA UNA UTOPIA, COME QUELLA CHE SMERCIANO I NOSTRI POLITICI SU UNA POSSIBILE RICOSTRUZIONE DELLE ZONE TERREMOTATE? CHISSA’!!!

Marinella · 6 Dicembre 2019 alle 20:43

Grazie Agatha Orrico, davvero un orrimo reportage come se ne leggono pochi

Mari Cosentino · 7 Dicembre 2019 alle 12:28

Complimenti per questo reportage. Nessuno parla più di Amatrice, i terremotati sono stati abbandonati da tutti. Grazie per averlo fatto tu.

Carlo Lolli · 7 Dicembre 2019 alle 12:36

Gentile Dott.ssa Orrico
sono capitato per caso sulla Sua pagina e voglio complimentarmi con Lei per gli ottimi articoli, che affrontano tematiche importanti e snobbate dai più. Se il giornalismo oggi è in crisi di identità, è perchè sono poche le persone oneste come Lei. Grande reportage, congratulazioni

Gianni Vincenzi · 4 Gennaio 2020 alle 19:47

Agata Orrico con questo articolo reportage hai spaccato. Grande. E sei anche bella

Gianni di Martino · 7 Gennaio 2020 alle 22:32

Dott.sa Orrico
Mi complimento per la grande sensibilità dimostrats e per questo meraviglioso articolo-reportage a nome di quanti stanno ancora soffrendo per il terremoto.
Le ho scritto una email.
Cordialità.

Graziella · 7 Gennaio 2020 alle 22:43

Grazie ❤❤❤

Manlio · 20 Febbraio 2020 alle 16:25

Perche nn se ne parla mai di Amatrice e perche queste persone vengono ‘usate solo quando fa comodo? Tu sei stata onesta raccontando recandoti sul posto, hai scritto cose terribili che ognuno dovrebbe sapere, un grande esempio per tutti gli altri che se ne lavano le mani!!

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