19
Feb

BOLOGNA, FIORE E LA MEMORIA CORTA

"Bisogna arrivare al punto che i treni e le strade siano insicuri, bisogna ripristinare il terrore e la paralisi… È necessario provocare la disintegrazione del sistema. Occorre una esplosione da cui non escano che fantasmi".
(Dal documento “Linea politica”, sequestrato durante le indagini successive alla strage di Bologna del 2 agosto 1980).

 

 

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Sono 85 i nomi elencati nella lapide alla stazione di Bologna. Ottantacinque anime, dalla più piccola di anni 3 alla più anziana di anni 86. Pochi minuti prima che il treno sul quale dovevano salire arrivasse, un assordante boato invade la sala d’aspetto: è una carneficina. Un ammasso di macerie, corpi, urla e fumo. E' il 2 agosto del 1980.

Sono passati 38 anni. Il processo per attentato, con tutte le lacune ancora aperte a distanza di anni, porta alla condanna  Luigi Ciavardini, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Sono loro gli esecutori materiali della strage. I tre sono membri attivi della organizzazione neofascista NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), una costola di un  altro movimento neofascista denominato "Terza Posizione".

Leader indiscusso nonchè mentore di Terza Posizione è Roberto Fiore. Dopo una serie di indagini e segnalazioni a margine dell'attentato di Bologna , si arriva ad una condanna per banda armata e associazione sovversiva. Ma prima che possa essere catturato durante una retata, Fiore fugge in Gran Bretagna dove diventa latitante. La condanna viene presentata in primo grado, in appello e infine in Cassazione. In Inghilterra però viene respinta la richiesta di estradizione verso l'Italia, nonostante pesi su di lui una condanna definitiva. Intanto Fiore, grazie all'appoggio e all'amicizia con il leader dell’estrema destra britannica Nick Griffin, si costruisce un vero e proprio impero economico che conta tra l'altro la proprietà di 1.300 appartamenti.

Passano 20 anni. La condanna cade in prescrizione e Fiore, che ha fatto bene i suoi calcoli, decide di rientrare in Italia, impunito e soprattutto libero. E ricco, dannatamente ricco. Approdato a Fiumicino contatta subito il suo vecchio giro di amicizie e crea un nuovo partito: Forza Nuova. Il resto è storia.

Si arriva ai giorni nostri, siamo a febbraio del 2018. Fiore annuncia la sua venuta a Bologna, dove non aveva più messo piede dai tempi della strage. Vuole tenere un comizio per promuovere il suo partito, per il quale si candida alle elezioni politiche. Chissà se è passato davanti a quella lapide. Migliaia di persone occupano la piazza per impedire lo svolgimento del comizio, per protestare per il suo ritorno nella città che non si è mai veramente ripresa dalle ferite di quel lontano agosto d'inferno.  E' vero, alla violenza non si deve rispondere mai con altra violenza e chiunque si renda responsabile di atti criminali o di vandalismo va condannato. Ma non c'erano solo quelli dei centri sociali che ce l'hanno coi fascisti, quelli che si son presi i lacrimogeni e le manganellate. C'erano anche i bolognesi, sicuramente qualche parente di quei morti del 1980, che volevano semplicemente manifestare, quelli che si sono sentiti offesi perchè non si è analizzato il perchè, non si è valutato quello che c'era stato prima, non si è tenuto in considerazione il motivo per il quale non ce lo volevano proprio Fiore a Bologna.

E in tutto questo lui, Roberto Fiore, con il suo curriculum da terrorista, prosegue la sua ascesa verso il Parlamento e pare intoccabile.