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RODOLFO GRAZIANI E IL MAUSOLEO DELLA VERGOGNA.

INTRODUZIONE: AD AFFILE IL MAUSOLEO DELLA VERGOGNA.

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Tra pochi giorni, Il 21 marzo 2017, ad Affile, ci sarà la sentenza per ERCOLE VIRI, GIAMPIERO FROSONI e LORENZO PEPERONI, rispettivamente sindaco e giunta del comune. Vediamo se verrà restituita un pò di giustizia su un caso emblematico. Sarà una pena simbolica, ma stamattina mi sono svegliata con un'urgenza di ribellione.

 

Ma andiamo con ordine.

 

Era il 2012 quando ad Affile, un insignificante paese a est di Roma, la giunta di destra inaugurava un sacrario dedicato al concittadino Rodolfo Graziani. Graziani fu governatore durante la conquista fascista della Libia, vicerè in Etiopia e comandante nella Repubblica di Salò dal 1943 al '45.

 

Il mausoleo a lui dedicato è costato 130.000 euro che la Regione Lazio in realtà aveva stanziato per la riqualifica di un parco. Ah ...tra l'altro è di una bruttezza da rimanere davvero senza parole. All’inaugurazione dell'orribile monumento era presente la creme de la creme di incamiciati, neri e incazzati al punto giusto, come si conviene ad un manipolo di nostalgici fascisti.
Non fa una piega questo spreco di soldi pubblici in tempi di spending review, alla faccia di tutte le lagne italiche sul fatto che “non ci sono i soldi” per fare nulla.

L’episodio ha causato proteste, interrogazioni parlamentari, le critiche della regione e un esposto. La stampa romana ha dedicato molto spazio alla controversia e perfino il New York Times volle dire la sua.

 

Ma dico io. Un conto è avere Rodolfo Graziani tumulato al locale camposanto, altra faccenda è dedicargli un sacrario in pompa magna, con tanto di fanfare e cerimoniali ! Altro che apologia del fascismo, ma conosciamo bene la storia di colui che fu chiamato "il macellaio", qualcuno si è informato di quali e quanti reati si è macchiato questo falso eroe nazionale? Qualcuno si è reso conto che onorare un assassino che ha ordinato e premeditato crimini verso persone inermi, sporcando le già tristi pagine del colonialismo con ancor più vili reati, rappresenta non solo un oltraggio alla storia della Repubblica, ma soprattutto un ulteriore dolore alle povere vittime innocenti delle sue carneficine?

Ognuno può pensarla come vuole, non ne faccio una questione di destra o di sinistra, dico semplicemente che lo Stato non può dedicare e finanziare un monumento ad uno che ordinò stragi di civili e deportazioni di massa.

Provate a chiedere ad un italiano chi era Graziani o che cosa è avvenuto nel 1937 a Debra Libanos, quasi certamente si fermerà un momento per frugare nella memoria ma non vi risponderà.
Forse ci penserà un pò su prima di partecipare ai festeggiamenti di un tale figuro.

Poiché in pochi sanno chi era il futuro idolo del sindaco di Affille, ho ricostruito la sua storia, anche se ricordare certi fatti mi provoca sempre un certo malessere.

Ma siamo gente destinata a piangere oggi, dato che non siamo stati capaci di farlo ieri.

 

CHI ERA RODOLFO GRAZIANI.

 

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Rodolfo Graziani (1882 – 1955) nasce e cresce ad Affile, nei pressi di Roma e torna a viverci nel dopoguerra dopo essere uscito di prigione. Al fresco non c’era rimasto a lungo: lo avevano condannato a diciannove anni di galera per collaborazionismo coi nazisti, ma aveva scontato soltanto quattro mesi in quanto, a differenza di quanto avvenne per i gerarchi tedeschi, quelli italiani non vennero – purtroppo – sottoposti al processo di Norimberga. Insomma lui, come altri, la passò liscia.

 

Ma in Cirenaica e in Etiopia Graziani non si limitò ad eseguire degli ordini, bensì fu il mandante di stragi e deportazioni di massa che coinvolsero civili di ogni età, guadagnandosi l'orrendo nomignolo di "macellaio". La popolazione locale era - chiaramente - ostile al colonialismo, e si riunì in gruppi di guerriglieri che desideravano liberarsi degli invasori. Graziani agì subito per isolare questi guerriglieri dalla popolazione, e lo fece aprendo decine di campi di concentramento nel deserto dove mandò a morire migliaia di persone. Represse la resistenza usando aggressivi chimici e innalzando forche. Si glorificò per aver messo a punto un gesto che voleva essere plateale, facendo catturare ed impiccare sotto agli occhi increduli di ben 20,000 prigionieri Omar al Mukhtar, settantenne capo della guerriglia. In un eccesso di zelo prese a sterminare le mandrie e bruciare i raccolti.

Ma l’abisso della sua carriera da aguzzino lo toccò in Etiopia, all’epoca denominata ancora Abissinia.

 

 

La conquista dell’Abissinia, nonostante Mussolini la spacciò agli italiani come totale e definitiva, fu sempre precaria e non riguardò mai più di un terzo del Paese. In principio Rodolfo Graziani era praticamente bloccato ad Addis Abeba assediato dai partigiani etiopi.
Ricorse quindi alla repressione in modo forsennato, facendo bombardare i territori non sottomessi con armi chimiche: un mix di iprite (un gas che causa orrende piaghe su tutta la pelle), fosgene (che blocca le vie respiratorie) e arsine (che distrugge i globuli rossi).
Nel mentre, i plotoni di esecuzione lavoravano senza sosta. Tutta la classe dirigente dei Giovani Etiopi fu sterminata. Al fine di terrorizzare la chiesa copta, pilastro della comunità locale, venne condannato a morte perfino il giovane vescovo di Addis Abeba.

Il 19 febbraio 1937 Graziani fu vittima di un attentato da parte di due partigiani eritrei. Invece di punire i due attentatori, Graziani volle dare un'altra delle sue 'lezioni' esemplari: vi fu una rappresaglia violentissima contro la popolazione locale, un linciaggio indiscriminato. Addis Abeba fu messa a ferro e fuoco e le vittime furono migliaia. I morti ammazzati non avevano a che fare con l’attentato, si trattava semplicemente di dare una dimostrazione  in pieno stile da squadrone fascista agli oppositori del colonialismo.

 

 

Tanto per farvi capire di che razza di persone stiamo parlando, leggiamo attraverso la testimonianza del giornalista Ciro Poggiali del “Corriere della Sera” presente sul posto, cosa fa l'illustre cittadino di Affile:

«Ad Addis Abeba è in atto una vendetta condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada. Vengon fatti arresti in massa; mandrie di persone sono spinti a tremendi colpi di curbascio [frusta] come un gregge. In breve le strade sono seminate di morti. Vedo un autista che dopo aver abbattuto un vecchio con un colpo di mazza gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile descrivere tale scempio che coinvolge gente innocente».

Graziani, convinto che gli attentatori si fossero rifugiati nel monastero copto di Debra Libanos, da allora il più terribile dei suoi ordini: sterminare chiunque si trovasse in loco. Monaci, pellegrini e seminaristi (tutti ragazzi di 13-14 anni) vengono massacrati a colpi di mitragliatrice. 2.000 morti. Le vittime vengono portate a gruppi di venti-trenta sull’orlo di un dirupo, incappucciate e fatte inginocchiare l’una accanto all’altra, poi i corpi vengono gettati nel dirupo. Al comando delle truppe che commisero la strage c’era il generale Pietro Maletti, altro gran bel personaggio.
Non contento di tutto questo sparger di viscere, Graziani ordina di uccidere tutti i griot, i cantastorie che in Africa trasmettono oralmente le storie, per evitare che facessero troppa pubblicità all'accaduto.

 

Nel 1937 Graziani, a causa dello scontento della povera popolazione, cominciò a dare segni di squilibrio, a Roma se ne accorsero e senza tanti preamboli lo rimossero dall’incarico, inviando ad Addis Abeba un viceré più moderato, Amedeo di Savoia-Aosta. Ma questa è già un’altra storia.

Nel 1940 Graziani viene mandato in Libia e, dopo aver tentato di invadere l’Egitto ed una sfilza di sconfitte, viene destituito da Mussolini che aprì un’inchiesta sul suo operato.

Tornato in patria, Graziani rimase «parcheggiato» per due anni. In quel periodo dovette anche sopportare l’accusa di vigliaccheria, per aver diretto le operazioni da una tomba greca di Cirene, profonda trenta metri e lontana dal fronte centinaia di chilometri.

Nel 1943 gli viene offerto di comandare le forze armate della Repubblica Sociale Italiana. Qui divenne responsabile della fucilazione di ogni singolo renitente alla leva durante Salò, continuando nella sua spregevole condotta ciò che aveva fatto in Libia e in Etiopia in una spirale di eccessi di violenza.

Arreso agli Alleati nel 1945, dopo una brevissima detenzione e una breve presenza nel MSI, si ritirò a vita privata. Morì nel suo letto nel 1955.

 

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Il documentario "Debra Libanos" è il film del regista Antonello Carvigliani che toglie il velo su una delle vergogne dell’Italia coloniale, per troppi anni caduta nell'oblio.

Si ringraziano gli storici come Angelo Del Boca, Giorgio Rochat, Maura Palazzi, Simone Belladonna e Filippo Focardi per aver inserito questa vergognosa vicenda nella storiografia italiana.