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Feb

ROCK STAR

TRAMA

Chris “Izzy” Coles di giorno ripara fotocopiatrici, di sera si scatena sul palco con la sua band imitando alla perfezione il celebre gruppo degli Steel Dragon. Finché non viene notato dagli stessi Dragon, che gli offrono un ruolo nel gruppo, trasformandolo in una rock star.

RECENSIONE

La grande macchina che ruota attorno al rock non è altro che un business come un altro, i musicisti sono uomini d’affari che recitano un ruolo e danno al pubblico ciò che vuole e quello che succede dietro le quinte non è sempre bello. Sono cose che tutti sappiamo, ma a volte preferiremmo non ammetterlo. Potrebbe essere questo il messaggio della commedia musicale americana “Rock Star”, ma il cui titolo originale, “Metal God”, sarebbe stato più appropriato.

Ambientata negli anni ottanta, la storia è quella di un impiegato che di notte si esibisce cantando cover della sua band preferita, gli Steel Dragon.  Se Mark Wahlberg è bravissimo nel dare credibilità al ruolo del tamarro metallaro Chris ”Izzy” Coles, con movenze che ricordano quelle dei grandi rocker, non è da meno Jennifer Aniston nel ruolo della fidanzata che conferisce al personaggio un’interpretazione molto intensa. A seguito dell’allontanamento del cantante dal gruppo degli Steel Dragon, gli altri componenti della band notano la somiglianza di  Chris/Wahlberg con il leader uscente, e lo scelgono come nuovo  front-man.

I due protagonisti Mark Walberg e Jennifer Aniston

 

La storia si ispira ad un fatto realmente accaduto. Tim ”Ripper” Owens era un impiegato che di sera si esibiva nei locali proponendo cover dei britannici Judas Priest. Owens venne effettivamente avvicinato dai componenti dei Judas, da poco rimasti orfani del loro cantante Rob Halford. Dopo un rapido provino, proprio come nel film, Owens  diventò il loro front-man (Owens rimarrà con i Judas dal ’96 al 2003 ed Halford ritornerà nel 2003). Il mondo rappresentato nel film mette in luce senza troppi filtri i disagi di molte band: tour interminabili, scontri di personalità, alcol e droga a fiumi, relazioni infelici, groupies onnipresenti  e manager senza scrupoli disposti a tutto pur di mantenere i loro musicisti sempre on the road. Chris/Wahlberg infatti, dopo un esordio  elettrizzante, verrà catapultato in una dimensione parallela che lo spingerà verso una rapida ed inesorabile discesa all’inferno, dove le persone amate sono state sostituite da cattivi consiglieri.

Nella pellicola cinematografica compaiono brevemente cantanti noti come Myles Kennedy degli Alter Bridge, Ralph Saenz degli Steel Panther e l’ex chitarrista di Ozzy Osbourne Zakk Wylde; e un figlio d’arte: Jason Bonham, figlio di John dei Led Zeppelin. Interessante anche notare diverse analogie sia fisiche che caratteriali tra il personaggio di Cuddy, leader della band degli Steel Drangon, con Gene Simmons dei Kiss.

 

Contenuti musicali importanti fanno da sfondo alla trama regalando all’ascoltatore una variegata colonna sonora di brani metal e rock che hanno caratterizzato gli anni ’80 (Motley Crue, Kiss, Bon Jovi, Def Leppard). Dietro al microfono dell’attore Mark Wahlberg si cela Michael Matijevic, cantante di origini croate degli Steelheart, probabilmente una delle voci più promettenti ed intense del panorama heavy metal degli anni ’90. Nella colonna sonora è incluso tra gli altri l’ottimo brano “We all die young” composto anni prima dallo stesso Matijevic. Il film si conclude con Chris/Wahlberg che si esibisce in un pub sfoggiando un look che ricorda quello di Kurt Cobain. Come a dire: heavy metal fatti da parte, è in arrivo il grunge.

 

E’ singolare la serie di curiose coincidenze che mescolano finzione  e realtà. Una delle scene clou del film vede Chris/Wahlberg cadere  dal palco ferendosi ad un occhio, rialzarsi e continuare a cantare. L’episodio è liberamente ispirato al concerto degli Iron Maiden del 1985. La band si trovava a Rio, e durante l’esibizione il cantante Bruce Dickinson cadde rovinosamente dal palco, si rialzò e continuò a cantare col volto insanguinato, scatenando l’ovazione  dei fans. Particolare ancora più sconcertante è che un episodio analogo coinvolse anche lo stesso  Matijevic,  in occasione di un concerto del 1992. Era la notte di Hallowen e gli Steelheart erano stati invitati a chiudere il loro tour all’Arena di Denver. Durante l’esibizione del brano Dancing in the fire Matijevic, infastidito da un faro puntato in faccia, decise di rimediare da solo. Forse anche per darsi un tono da rocker-maledetto si arrampicò rapidamente sulla torretta per sistemare il faro, ma scendendo questo si staccò travolgendolo sul palco. Nell’urto il povero Matijevic riportò una lesione alla spina dorsale, la frattura del naso e della mascella; trovò la forza di rialzarsi ed allontanarsi dal palco per essere poi ricoverato d’urgenza. Purtroppo l’incidente pose fine alla carriera della band accellerandone lo scioglimento della band.

Pur non avendo ottenuto il successo sperato –  incassò solo la metà di quanto era stato investito per la produzione – “Rock star” resta comunque un piccolo gioiello per estimatori di musica ed un lucido primo piano sulla parabola autolesionista dei musicisti che fanno dell’eccesso uno stile di vita.

(di Agatha Orrico)

Pubblicato il 26 Ottobre 2014 su "Un fachiro al Cinema"

 

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