22
Apr

Andrew Combs - All these dreams (2015 - Loose Label)

andrew combs

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Andrew Combs è cambiato. Decisamente. Quello che si affaccia dalla copertina dell'album All these dreams è un misto tra Joaquin Phoenix e Jonathan Rhys Meyers, con quel tipico sguardo di sfacciata superiorità da bello e dannato, che non ha niente a che fare con l'emaciato cantautore texano che due anni fa si presentò timidamente ai discografici con il suo primo disco. Lo sfondo nero lascia intuire un'anima cupa, che rivelerà in gran parte dei testi, alternando perdizione a sensibilità, peccato a redenzione, fine eleganza a manierismi. Non si sorprenda il lettore scoprendo che Combs ha già un nutrito seguito di fans; tutti oltre oceano, perchè qui da noi il ragazzo è ancora pressochè sconosciuto. Ma se il Nostro può ambire alle vette più alte della notorietà non è certo per la presenza fisica quanto per la capacità compositiva dei testi, sicuramente autobiografici, che esplorano i meandri di un animo tormentato.

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La squadra di produzione capitanata dal duo Jordan Lehning e Skylar Wilson ha spinto Combs a sperimentare arricchendo di dettagli uno stile di partenza semplice e pulito. Combs non è uno che 'attacca' le canzoni, le conduce dolcemente al loro posto, aiutato dalla chitarra di Jeremy Fetzer, dalla pedal steel di Spencer Cullum, dal basso di Mike Rinne, dal tamburino di Ian Fitchuk e dalle tastiere di Lehning e Wilson.

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L'album alterna nostalgiche ballate pop soul a tracce quasi liturgiche, condite da sussulti vocali e candidi arpeggi. Brani in bilico tra inferno e cielo perfettamente bilanciati dalla destrezza vocale dell'autore. Canzoni semplici che, cantate da qualcun altro parrebbero poco più che mediocri, ma che svelano una notevole profondità nei testi (e come non citare l'indimenticato Jeff Buckley?). Servendosi di un lirismo maturo Combs tratteggia le linee di un cuore infranto che è ancora in cerca di sollievo, quasi a deridere l'amore per avergli inferto un colpo così crudele.

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Apre l'album la struggente ballata "Rainy day song", una discesa vorticosa all'inseguimento di un amore non corrisposto. Combs languisce accompagnato dalla semplicità di una dolorante pedal steel guitar. 'Non è buffo come mi spaventi un piccolo tuono? Un uomo comincia a pensare se deve nuotare o restare sotto per sempre. E' proprio in quel momento che si comincia a pregare...'.

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Le cose non vanno meglio in "Nothing to loose", che musicalmente si colloca a metà strada tra un brano di James Tylor ed uno di Michael Buble: 'Qualcuno là fuori sotto alla pioggia va cercando la propria immagine riflessa nella finestra / e io mi perdo in una bottiglia di alcol'.

Decisamente country "Month Of Bad Habits", un pezzo che potrebbe essere stato scritto da John Denver.

Scandita da leggere percussioni e un tamburello "Strange bird"; davvero singolare la scelta di assurgere degli strani uccelli a metafora di donne da lui stesso incontrate durante i lunghi viaggi.

Metafore anche in "Pearl", un brano ambizioso e quasi filosofico, che parla di droga, prostitute, ex detenuti. Siamo in territorio Tom Waits. Qui la laringe di Combs pare sia stata in ammollo nel bourbon per diverse ore. 'Una perla nella breccia / un arcobaleno in una pozza...' .

Nessun guizzo di originalità invece in "Long gone lately", una ballata dolciastra per nostalgici.

Momenti di puro struggimento nella romantica "In the name of you", che si apre con un assolo di piano a scandire liriche amorose "Senza lei il mio sole cadrebbe / il mio firmamento piangerebbe".

"All these dreams" è la notte insonne di un innamorato, tra insicurezza e dubbi di fedeltà della propria donna. In piena notte decide di chiamarla e le chiede se è sola. 'Io non riesco mai a spegnere la mia mente', canta Combs in una confidenza altamente autobiografica.

Ma la redenzione non arriva nemmeno in "Slow Road to Jesus". 'Mi sento perso, ho tanto freddo e sono di nuovo ubriaco', bellissimo pezzo.

All'insegna del misticismo "Suwannee County". In piedi su di una barca, scruta il cielo grigio, l'acqua del fiume è fangosa, ma lui canta "Se provassi ad unire tutti i pezzi forse riuscirei a vedere perfino la faccia di Dio".

Testi complessi che consentono di apprezzare la storia cantautorale di questo sensibile artista di Nashville. In quanto all'impianto sonoro lo stile di Combs non potrà sottrarsi al confronto con i tradizionalisti del folk country (da Presley a Jackson Brown, James Tylor, Roy Orbison e compagnia bella).

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E per non smentirmi il 28enne cantautore ci tiene a precisare che 'Le canzoni e gli scrittori erano molto meglio negli anni '50, '60 e '70. Non sto dicendo che non ci siano persone di talento ora, non prendetela come mancanza di cameratismo, ma non credo che si presti più molta attenzione alla canzone come si faceva allora. Forse la nostra generazione è troppo impegnata a twittare o a scegliere gli abiti più adatti per abbellire il proprio fottuto guardaroba'.

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sito Andrew Combs:

http://www.andrewcombsmusic.com/

 

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