Da quando realizzo interviste questa è stata senza dubbio la più difficile. Quando c’è di mezzo il dolore entri talmente in empatia che diventa difficile restare distaccate, ascoltare senza reagire, continuare a fare domande. Allo stesso tempo però credo sia giusto divulgare perchè c’è ancora troppa gente che si rifiuta di vedere la violenza che si cela dietro a certe realtà che andrebbero abolite.

Quella tra me e Dafne è la storia di un lungo inseguimento. Mi contattò lei la prima volta lo scorso dicembre per avere delle informazioni sul Collettivo del quale sono portavoce; in quell’occasione non mi svelò un granchè di sè. Poi ci fu un secondo contatto a luglio, e in quella breve conversazione telefonica si confidò; la cosa che mi colpì immediatamente fu la sua voce da bambina, a dispetto dei suoi 37 anni. E poi naturalmente la sua terribile storia e il fatto che sentisse ancora l’urgenza di parlarne. Qualche tempo dopo le proposi l’intervista e lei accettò a patto di poter mantenere l’anonimato. Avere un passato da prostituita – non importa quanti anni siano passati – è ancora uno stigma sociale.

Oggi che la discussione in ambito femminista ha preso una piega sempre più divisiva tra le abolizioniste e coloro che infiocchettano la prostituzione come una questione di libertà di fare del proprio corpo ciò che si vuole, la cosa più giusta è far parlare loro: le protagoniste.

(E poi c’è la questione della droga: un argomento sottaciuto del quale bisognerebbe parlare molto di più).

Dafne è uscita dal giro da parecchi anni, si è “ripulita” come si dice in gergo, ma si capisce bene che le sue ferite sono ancora aperte. Questo è quello che mi ha raccontato.

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Ciao Dafne. Dafne è il tuo vero nome?

No, è una sorta di nickname che mi sono scelta quando ho cominciato a prostituirmi. Avere un altro nome era come entrare nei panni di un’altra persona che non ero io, illudersi di recitare una parte.

Mi racconti qualcosa di te? Dove sei cresciuta, che famiglia hai avuto?

Sono nata 37 anni fa in un rione di case popolari, alla periferia di Torino. Mia madre conobbe mio padre durante un viaggio in Egitto e si innamorarono. Restarono in contatto scrivendosi e telefonandosi, due anni dopo lui si trasferì in Italia, lavorava nei cantieri. Mia mamma faceva le pulizie negli uffici della Fiat.

Che rapporto avevi con i tuoi? Ti confidavi?

No, anzi. Sono cresciuta come la classica adolescente ribelle. Per me casa non era un luogo di serenità, i miei litigavano spesso. Non li ho mai visti cercarsi, darsi un abbraccio o sorridersi di cuore, a me il loro stare insieme sembrava una forzatura, c’era sempre qualcosa che li faceva scattare. Mio padre era molto duro, aveva imposto delle regole ferree, dall’abbigliamento al modo di esprimersi, specie perché noi eravamo figlie femmine; non si poteva uscire dopo le 19, si doveva cenare entro una certa ora se no si arrabbiava.

Com’erano quelle cene?

Sempre con la tv accesa. Per noi erano silenziose perché non ci si parlava. C’era sempre la paura di contrariarlo, noi figlie (Dafne ha 2 sorelle) cenavamo a testa bassa per non disturbare. La mia rabbia e la mia ribellione sono nate lì.

E tua madre?

Non reagiva. Obbediva. Lavorava fuori mezza giornata sui turni. Quando rientrava doveva pulire, cucinare, la vedevo sempre stanca. Mio padre dopo cena si ritirava in salotto a guardare la tv, immerso in una nuvola di fumo. Fumava tantissimo, io a quel tempo odiavo l’odore del fumo di sigaretta.

Cosa facevi per definirti una figlia ribelle?

Le mie sorelle erano più pacate. A me invece piaceva uscire, anche perché ero la più grande. Ovviamente non ci era permesso uscire quando eravamo a casa da sole, ma io me ne infischiavo, uscivo lo stesso. Mi ritrovavo nel parchetto sotto casa con gli amici, quasi tutti maschi e più grandi di me. Cercavo di essere come loro, che erano spavaldi, li imitavo. A 14 anni ho cominciato a fumare e poi sono passata agli spinelli.

I tuoi lo sapevano?

Forse sospettavano, ma lo hanno scoperto solo un paio di anni dopo.

Poi cosa è successo?

A casa l’atmosfera era diventata molto pesante. Era successo che mio padre mettesse le mani addosso a mamma. Dopo la sfuriata se ne tornava in salotto e io la sentivo piangere in camera da letto. Ma invece di aiutarla l’unico pensiero era quello di andarmene, di scappare; ho trascorso l’infanzia vedendo mia madre infelice e non volevo fare la stessa fine. Il problema è che non c’era dialogo. Ricordo l’ultima vacanza in Egitto tutti insieme dai nonni paterni. Le mie zie accusavano mia mamma dicendo che era colpa sua se papà era ombroso, se non era affettuoso, era lei a non essere capace di farlo contento. Fu lì che promisi a me stessa che a me non sarebbe mai successo, che non mi sarei mai sposata.

Come sei finita in Germania?

Avevo appena compiuto 18 anni e la mia migliore amica si era trasferita a Berlino con la famiglia. Dopo settimane di richieste e come regalo di compleanno riuscii a convincere i miei a lasciarmi andare a trascorrere l’estate da lei. Una volta arrivata però la mollai perché mi annoiavo e mi feci subito un altro giro di amici. Uscivo tutte le sere e rientravo all’1, le 2 del mattino, mi sembrava di non aver mai respirato tanta libertà, tutto era nuovo. La famiglia presso cui stavo però mi diede un ultimatum, avevano paura traviassi la figlia. I miei vennero avvisati. Mi passarono mio padre, che mi disse che la mia condotta era indecente, che dovevo rientrare subito e che mi aspettava una punizione, che me l’avrebbe fatta pagare. Mi sembrò l’occasione giusta per tagliare i ponti.

E poi?

Mi trasferii a casa di Geremis, un ragazzo ugandese che avevo conosciuto in un locale. Divideva l’appartamento con altri due ragazzi, e in casa c’era sempre un andirivieni di ragazze. All’inizio mi sembrava di stare in paradiso: ero finalmente libera, innamorata, vivevamo senza regole e senza piani per il futuro, ma ero molto ingenua. Lui aveva sempre soldi da spendere e presto scoprii che quei soldi venivano dallo spaccio. Fu lui che mi iniziò alla droga. Mi disse di provare, che mi sarei sentita libera, che tutto sarebbe stato più bello. All’inizio non volevo, ma poi purtroppo ho ceduto.

Che tipo di droga era?

Prima cocaina poi eroina. Quando ho capito quello che mi stava succedendo, il baratro nel quale stavo precipitando, ormai era troppo tardi per uscirne.

Troppo tardi perché?

Perchè ormai ero diventata dipendente, anche se non me ne rendevo ancora conto. Ero convinta di potermi fermare in qualunque momento. In realtà sapevo che stavo sbagliando, che la mia vita stava precipitando. Credo che se avessi avuto una famiglia al mio fianco avrei potuto farlo. Ma i miei ormai erano distanti e non ne volevano più sapere di me.

Te lo dissero loro?

Non direttamente ma me lo fecero capire. Avevo telefonato un paio di volte per confidarmi con mia mamma e per parlare con le mie sorelle, ma quando rispondeva lui riattaccava il telefono, dopo avermi urlato che ero una schifosa, che non ero più sua figlia. Mia madre avrebbe voluto riallacciare, ma come ti ho detto era succube, non faceva niente senza il suo permesso.

Come sei arrivata a prostituirti?

Per pagarmi la droga. Con Geremis le cose non andavano più bene. Speravo di fare un po’ di soldi e cambiare città, in modo da ripulirmi. Un giorno lessi un annuncio, cercavano ballerine. Andai lì, mi presero subito, ero molto bella allora, gli uomini per strada mi guardavano.

Avevi capito che era un bordello?

Si, lo sapevo. Ma ero sola, conoscevo a malapena la lingua e mi sembrava tutto semplice. Qualcosa da fare qualche mese e poi sparire. E invece…

Come funzionava nel bordello?

A piano terra c’era il bar e sopra le camere. I clienti stavano seduti a bere, fumavano e guardavano le ragazze ballare. Ogni tanto sceglievano una ragazza e facevano cenno di voler andare in camera.

Chi è stato il tuo primo cliente?

Un pakistano. Mi dissero che era un cliente importante, un uomo d’affari.

Chi te lo disse?

Il titolare del bordello.

Il titolare era tedesco?

Sì.

Non c’erano donne, maman a istruirvi su come comportarvi con i clienti?

No, in quello dov’ero io no, ma so che di solito è così. Il pappone mi disse solo che chiunque veniva non lo dovevo rifiutare. Che alcuni sceglievano ragazze con cui erano già stati, ma che quando sceglievano me dovevo andare. Mi diceva che era tutta gente per bene e che non dovevo fargli fare brutta figura, perché se li accontentavo tornavano, e che sarebbe stato meglio anche per me. “Vedrai che ti ci affezionerai” mi disse.

E ti sei mai affezionata a qualcuno?

No.

Torniamo al primo cliente.

Il pappone mi disse che era un habitué. Io lo vidi solo quella volta e non mi ricordo molto di lui, solo che aveva un profumo misto a tabacco che non mi piaceva. Fu rapido, probabilmente non aveva molto tempo. Il resto sono ricordi confusi.

Cosa hai fatto con i primi soldi guadagnati?

Mi sono comprata una dose.

Il tuo consumo di droga è aumentato da quando hai cominciato a prostituirti?

In modo netto, sì. Prima mi facevo una volta ogni tanto, poi diventò una necessità quotidiana perché mi serviva per sopportare e per stordirmi.

Chi erano gli altri clienti, quanti ne vedevi al giorno?

Cinque o 6 al giorno, perché noi lavoravamo perlopiù la sera. C’era di tutto. Alcuni giovanissimi alle prime esperienze, altri più anziani. Tedeschi, immigrati… turchi, svizzeri, neri, bianchi…tutti i tipi di uomini. Poi quello che facevano nella vita, se erano commercianti o spazzini non lo so, non me ne fregava niente, io volevo finire presto e che sparissero.

Italiani ce n’erano?

Qualcuno sì, pochi.

Quanto pagava un cliente?

Dipende. Nel “mio” bordello per un po’ c’era una promozione: con più o meno l’equivalente di 60 euro si poteva consumare due volte al bar e venire in camera, difatti alcuni arrivavano ubriachi. Pagavano il pappone che poi mi dava la percentuale per il servizio. Se il cliente se ne andava e non era soddisfatto erano guai e non prendevo niente a parte le botte.

Ti ha mai picchiata?

Una volta sola, all’inizio.

Com’era il sesso coi clienti, intendo, era violento?

Chi va da una prostituta se ne frega di quello che proviamo, o di essere gentile. Vuol fare sesso, veloce, in posizioni in cui lui è predominante, come piace a lui. Sesso orale, anale. E cose che le fidanzate non fanno volentieri.

Stavi male?

Beh sì, stavo male, anche se allora non capivo bene se stessi più male per la droga o per chi abusava del mio corpo: la droga faceva da anestetico. Non provavo niente a parte il fastidio. Sicuramente, senza quell’intontimento non sarei riuscita a fare quello che ho fatto. Appena passava l’effetto mi faceva tutto schifo. Quello che mi dava più fastidio era l’odore di sudore.

Non si lavano i clienti nei bordelli?

Non c’è tempo, il proprietario del bordello tiene il conto di quanto tempo sta su il cliente. Mi è successo solo un paio di volte che il cliente si lavasse prima.

Spesso si dice che alcuni uomini cercano la compagnia delle prostitute per parlare…

Non credo. Con me no.

I clienti si accorgevano che non stavi bene, che eri tossicodipendente?

Credo di sì. Uno una volta prese a schiaffeggiarmi, credeva fossi morta, ma ero solo svenuta.

Non ti sei mai confidata con nessuno, nessuno ti ha mai offerto aiuto?

No, i clienti no. E io non chiedevo, avevo troppa paura.

Senti, quanto tempo è durata quest’odissea? E come hai fatto ad uscirne?

É durata un anno e mezzo. Poi un giorno, un giorno libero che avevo, ero andata in centro. C’era un banchetto che raccoglieva firme, mi sono fermata lì davanti. Una donna mi fissava, forse avevo un brutto aspetto, in realtà aveva capito. Faceva parte di un’associazione per l’abolizione della prostituzione, che aiuta le prostitute a uscirne, ce ne sono molte in Germania. É stata la mia salvezza, ma all’inizio non mi fidavo, avevo paura.

Di cosa avevi paura?

Del proprietario del bordello, che lo scoprisse. Mi aveva requisito i documenti.

La carta d’identità?

Si. Fanno così per fare in modo che nessuna possa scappare. É una forma di ricatto. Ridandomela avrei potuto scappare e tornare in Italia, o peggio, denunciarlo.

E come hai fatto?

Tramite Anja dell’associazione: mi convinse a denunciare, che loro mi avrebbero protetto. Avevo intenzione di disintossicarmi, promisero di darmi una mano. Mi trasferii da loro, era una specie di casa famiglia.

Quindi hai denunciato il proprietario del bordello?

Anja andò a riprendere il mio documento. Alla polizia ho firmato delle carte per la denuncia, ma non so com’è andata a finire. Non ci sono mai più tornata.

Pensi mai alle altre ragazze finite nel tuo stesso giro e che saranno ancora lì?

All’inizio ci pensavo ogni giorno, non ci dormivo la notte. É uno schifo, non è vita. Se penso a tutte quelle mani sudicie su di me provo la nausea, una parte di me ha continuato per anni ad avere paura.

Paura di ricascarci?

No nella prostituzione no. Se fossi stata lucida non avrei potuto sopportare niente di simile. Paura di quell’ambiente, ricordi, incubi. É come quando di notte hai un incubo e ti svegli sudata e impaurita. Sai di essere nel tuo letto, ma la paura rimane.

Non ti sei fatta aiutare psicologicamente da qualche professionista?

Quando ero al centro, poi ho proseguito da me. Mi sono scoperta forte anche se non lo sospettavo.

E la droga?

No, quella l’ho abbandonata. Per sempre. É per quello che è cominciato l’incubo.

Che età avevano le altre ragazze del bordello, di che nazionalità erano?

Giovani, più o meno della mia età. Io ero l’unica italiana, le altre erano tedesche, rumene e bulgare, un’asiatica.

Tu ti definisci femminista?

Se per femminista intendi stare dalla parte delle donne sì. Gli uomini sanno essere schifosi per come ti usano. Io non ho mai capito il perché, cosa ci trovassero a venire a cercare una come me, per come ero ridotta.

Forse per sottomettere, per sentirsi padroni di qualcuno, anche se per poche ore.

Forse, sì.

Non ce l’hai un fidanzato?

No, sto bene così.

Hai mantenuto quella promessa di non sposarti mai?

Sì (sorride)… se trovassi la persona giusta, forse…non lo so.

Com’è stato quando sei uscita dal giro della prostituzione?

Diciamo che è stato positivo e negativo per certi versi. Positivo perché ho visto una luce illuminarsi in fondo a un tunnel che mi sembrava infinito, credevo che sarei morta lì dentro, anzi a volte lo speravo di morire. Negativo per altri motivi.

Vuoi dirmi quali?

Quando permetti di usare il tuo corpo all’inizio pensi, che vuoi che sia, ce la posso fare. É solo un corpo. Ti auto convinci di potercela fare. Poi, col passare delle settimane, dei mesi, capisci che sei entrata in qualcosa che potrebbe non finire mai più, e ti assale l’angoscia. Ti senti incastrata in quel ruolo, ti senti sporca. Non è solo il corpo che ti prendono. Io ti ripeto, ho resistito perché non ero pienamente cosciente, ho dei momenti in cui i ricordi sono molto vaghi, e a volte penso che sia un bene. Ma quando ti ripulisci, quando torni lucida, vedi le cose chiaramente, e quello che vedi ti fa schifo, fa male. Ti crolla il mondo addosso. Pensi alla tua famiglia, a quello che penserebbero di te. Capisci quello che hai rischiato, anche la vita. E quella sporcizia, che non è solo qualcosa di esterno, è qualcosa che ti senti incollata alla pelle, ti entra dentro. É una sensazione brutta che faccio fatica a descrivere. La prima conseguenza comune a tutte sono gli attacchi di panico a seguito dei traumi.

In Germania la prostituzione è legalizzata. Cosa pensi della proposta di abolirla?

Che sono d’accordo. Non ci possono essere mezze misure. In Germania ad esempio si è convinta la gente col fatto di far pagare le tasse, ma nessuno le paga, io stessa non le ho mai pagate! E nessun cliente lascia dati e codice fiscale per essere rintracciabile: chi cerca prostitute non vuole farlo sapere in giro, nessuno ammette di andare a prostitute.

E del modello nordico? Che ne pensi?

É meglio ma non basta, bisogna capire che tutto lo sfruttamento delle donne nella prostituzione, che siano clienti o papponi, è da eliminare. Tante sono minorenni, io stessa avevo 18 anni all’anagrafe ma avevo la testa di una bambina. Non è possibile regolamentare lo sfruttamento perché io venivo semplicemente sfruttata.

Qual’è la frase che ti hanno rivolto e che ti ha ferito di più?

Le parolacce. Non parlavo bene il tedesco ma le parolacce le impari subito, ti dicono di tutto, ti umiliano, ti fanno sentire sporca.

E a parte i clienti?

(ci pensa un bel po’) Una volta un’infermiera mi disse che non meritavo tante attenzioni: “non sei vittima di tratta, hai scelto tu di prostituirti”.

E tu cosa le hai risposto?

Niente. Ho pianto. Ti convincono che sia vero.

E non lo è?

In un certo senso sì, è vero che nessuno mi ha detto di farlo. Ma io ero sola, avevo 18 anni, non sapevo dove andare ed ero una tossicodipendente.

Hai ragione, non è stata una libera scelta e nessuno dovrebbe permettersi di colpevolizzarti. Vuoi che ci fermiamo?

No tranquilla. Forse questa intervista può servire a qualcheduna ingenua come lo ero io.

Volevo chiederti se chi esce dal giro della prostituzione viene discriminata dalla società.

Si certo. Subiamo ogni forma di discriminazione, dagli insulti all’estromissione dal mondo del lavoro. Passiamo la vita a nascondere ciò che siamo state, ecco perché tutte cercano di mettere insieme soldi per cambiare città e andarsene il più lontano possibile.

Cosa diresti a una ragazza che la la tentazione di entrare in un bordello?

Di non farlo. Che non è vita. Che se ne pentirebbe per sempre. E che non è vero che dopo qualche mese si può smettere.

Come si possono aiutare queste ragazze?

Bisogna cominciare in famiglia. Se non c’è amore in famiglia, se non esiste dialogo, i giovani sono allo sbando. Io desideravo solo fuggire lontano, ma la fuga mi ha catapultata in un mondo peggiore di quello dal quale fuggivo. Ma mi sono ritrovata senza nessuno a cui chiedere aiuto.

Hai conosciuto, frequentato altre ragazze ex prostitute?

Si, al centro dove mi sono disintossicata. Ci capivamo senza parlare. Lì eravamo come sorelle.

Al bordello non eravate sorelle?

No. Spesso c’è il problema della lingua e poi nessuna conosce i propri diritti. Ci tengono separate per paura che unite ci possiamo ribellare.

Stai parlando al presente…

Mi capita ogni tanto (ride).

É la prima volta che ti sento ridere. Come stai adesso?

Sto bene. Sono stata in Svizzera e poi sono tornata in Italia, in un’altra città. Nel frattempo ho riallacciato i rapporti con le mie sorelle, ho un lavoro normale. Ma non è stato facile, ci sono voluti anni.

Per te la prostituzione è un lavoro?

Se è un lavoro è il peggiore che ci sia.

(di Agatha Orrico)

Articolo originale pubblicato sul numero di gennaio 2021 della rivista cartacea L&S qui

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Agatha

Giornalista free-lance Web Journalism Editor e Correttore bozze Collaborazione con rivista letteraria Storie - Roma Recensione dischi e Live per Magazine Shiver Un Fachiro al Cinema Magazine critica cinematografica Articoli viaggio per casa editrice Viaggi Milano

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