Lorella Pettinari vive a Camerino in provincia di Macerata, è sposata, ha due figli grandi ed è un’artigiana artistica che gestisce un negozio di bomboniere. É sopravvissuta a due terremoti che hanno colpito con violenza il centro Italia: quello del 1997 e quello del 2016. L’ho intervistata a 3 anni esatti dall’ultimo sisma.

Buongiorno Lorella. Tu vivi a Camerino dove, pur non essendoci stati morti, il centro storico è andato completamente distrutto. Dopo 3 anni è ancora zona rossa, cioè chiusa. A che punto sono oggi i lavori di ricostruzione?

Quello del 2016 è il peggior sisma che io ricordi, ma noi siamo dei sopravvissuti del terremoto distruttivo nel 1997, e forse è anche grazie alla ricostruzione di quegli anni che non ci sono state vittime. Oggi a distanza di 3 anni il centro è ancora quasi per intero zona rossa. Sono state da poco riaperte una piazza e una via, ma il 95% delle abitazioni è inutilizzabile. I cantieri ripartiti si contano sulle dita di una mano e interessano abitazioni private che avevano subito pochissimi danni.

La bellissima Camerino prima del sisma

Dove ti trovavi il giorno del sisma? Te la senti di raccontarci cosa hai vissuto quella notte?

Da noi il 24 agosto 2016 è stato solo il ritorno di un incubo, che poi si è concretizzato tra il 26 e il 30 ottobre dello stesso anno. La scossa di agosto, seppur violenta, aveva interessato solo pochi edifici e la vita scorreva più o meno come prima. Fino al 26 ottobre.

C’è stata una prima scossa di avvertimento, ed è quella che probabilmente ha salvato molti abitanti della città, mettendoli in allerta. Io ero in negozio. Chiusi subito tutto e mi precipitai a casa da mio figlio. Appena entrata notai qualche piccolo danno in casa; l’avevamo appena restaurata, ma mostrava delle piccole crepe.

Mio marito era rientrato dalla sua trasferta. Eravamo all’erta perché per esperienza sapevamo che ad una scossa lieve poteva seguirne una più forte. Poi tutto cominciò a muoversi. Cercammo rifugio sotto ad una trave che pensavamo il luogo più sicuro, abbracciati, sperando che tutto finisse in fretta per poter uscire. Era buio. C’era un rumore sovrumano di case che si muovevano…le urla degli altri fuori…tutto era mescolato ai nostri silenzi.

La porta non si apriva… gli studenti dirimpettai scappavano per le scale… il corridoio lunghissimo che non finiva mai…il buio e il pavimento pieno di calcinacci sotto le suole. Ci siamo riversati tutti all’aperto, con la consapevolezza di essere stati più fortunati di chi, quel 24 agosto, non aveva mai più visto la luce. Poi la mattina seguente, era domenica, ho rivissuto di nuovo tutto.

Avevamo trascorso la notte in macchina ed ero rientrata in casa per lavarmi. La terra ha ripreso a tremare e la casa non solo l’ho sentita ma l’ho proprio vista muoversi. Per certi versi tutto è stato ancora più spaventoso. Da quel momento siamo diventati sfollati.

Com’è cambiata in questi 3 anni la percezione che hai/avete avuto della risposta dello Stato alla vostra tragedia?

Nonostante la paura, il dramma e lo smarrimento ci sembrava che la macchina dei soccorsi funzionasse bene. In poche ore si dormiva all’asciutto e avevamo un pasto caldo. Poi l’esodo verso il mare. Pensavamo che le soluzioni di emergenza sarebbero arrivate in pochi mesi, invece non arrivavano mai. Nessuna possibilità di far da sé: divieto di costruire casette di legno temporaneo, un mucchio di domande e firme già fatte e rifatte per qualsiasi cosa, perché le norme non erano chiare e cambiavano di continuo. E così la fase di emergenza è durata 3 anni! E della ricostruzione non vi sono che tracce. Dalla speranza iniziale si è passati alla totale sfiducia. Fino alla disperazione di non rivedere mai più il proprio paese in piedi.

Lorella è intervenuta alla presentazione di un libro di fotografie sul terremoto

ll settore del commercio ha ottenuto dallo Stato e dalle istituzioni locali aiuti economici concreti?

Abbiamo subìto una battuta di arresto grave, solo da noi 200 attività sono rimaste senza sede. 5000 euro, meno le spese per fare la domanda, sono arrivati a pioggia per risarcire le partite iva del cratere, percepiti anche da chi non aveva subìto danni. Norme sempre più cavillose che prevedono domande ogni tot di mesi per sospendere determinati pagamenti, che hanno un costo anche di commercialista. Gli aiuti sono stati erogati facilmente a chi aveva grandi entrate, piuttosto che ai piccoli artigiani.La mia salvezza è avere un marito che lavora fuori, altri hanno avuto maggiori problemi. Paradossalmente chi ha avuto casa intatta (ma il negozio distrutto come me) sta peggio di chi ha la casa inagibile. Chi viveva, e sono famiglie intere, di commercio ora sta pagando un prezzo altissimo.

Il “nuovo” negozio di Lorella

Credi ci siano differenze tra come affronta la questione una donna rispetto ad un uomo, intendo dire, forse noi donne abbiamo un legame piu forte con la casa, con gli oggetti che ci circondano?

Si, cara Agatha, è così. Per la donna la perdita della casa equivale alla perdita della propria identità, non è solo una perdita economica. Per chi non è riuscito a recuperare le sue cose, o per chi si è trasferito in una casetta di 40 metri quadrati dove non ci sta niente, questa perdita è come perdere un pezzo di se stessa. In più perdi tutti i punti di riferimento: le tue vie, le tue piazze, i tuoi vicini, le tue amicizie….soprattutto per donne non più giovanissime, è un po’ come morire prima.

Una signora che ho intervistato ad Amatrice mi ha detto che è cambiato il suo carattere. É successo anche a te?

Sono stata sempre una persona timida, poco propensa al rischio, programmavo tutto, poi però a un certo punto ho sentito il bisogno di aprirmi, di raccontare la nostra realtà. Ho capito che non c’è paracadute che riesca a garantirti la salvezza. Ho cominciato a pensare che non si può vivere di domani, ma di oggi, perché domani non sai cosa sarà. Si cambia nelle vedute, nel carattere.

E i bambini? Come gli avete spiegato ciò che è successo? Si riesce a trasmettergli un po’ di serenità?

I miei sono grandi, sono loro che hanno sostenuto me, quando non ero più io, quando avevo paura, quando non sapevo che fare! Per i bambini invece non è stata certo una passeggiata, ancora oggi non hanno la vita che avevano prima e che gli spetterebbe. Ma forse, nonostante tutto, sono più forti di quanto non siamo noi adulti.

Che cosa significa Lorella, tu che lo stai vivendo, dover cercare una casa in affitto dopo avere passato “una vita” a pagare un mutuo?

Sai Agatha, io e mio marito siamo sposati da 28 anni e dopo il matrimonio aggiustammo una casa in centro facendo tanti sacrifici. Era il nostro paracadute, ci dava una piccola entrata per finire di pagare le spese nel nostro appartamento e sarebbe diventata una base per i nostri figli che stavano crescendo. A settembre 2016 abbiamo tolto le impalcature, dopo un mese c’è stato il terremoto.

Ora ci sembra tutto perduto: forse riusciranno a godersela i nostri nipoti, fra 20 anni, se mai la ricostruzione del centro partirà . Quella dove viviamo ora, dopo qualche mese di zona rossa, ora dovremo lasciarla per recuperare tutto il palazzo. Oltre alle spese c’è la sensazione di ritrovarsi di nuovo sfollati, proprio come nel 1997 per il terremoto, poi nel 2005 per lavori di adeguamento sismico, e nel 2016.

Ancora, e sarà la quarta volta. Stavolta è più difficile. Non ci sono case, anche i miei genitori saranno sfollati. Ed è dura accettare che c’è chi specula su queste situazioni.

Di recente c’è stata un’altra scossa, e la paura riaffiora di nuovo Lorella…

Si la paura riaffiora. Quando ti sveglia nel cuore della notte, il fatto che sia una scossa come tante altre che hai già sentito non conta. Il cuore ricomincia a battere forte, scendi dal letto con le gambe tremolanti per controllare che tutto sia a posto. Per quanto la scossa sia già passata, per quando hai fatto tutte queste operazioni, quello che non puoi fare a meno di chiederti è se tornerà più forte. Domanda a cui nessuno sa rispondere.

Allora controlli di avere tutto il necessario a portata di mano per un’eventuale fuga, ti trastulli un po’ per casa, con la scusa di aspettare tuo figlio che torni dalla festa, e rivivi di nuovo quei momenti terribili di 3 anni fa. La ragione e la stanchezza però stavolta prevalgono sulla paura, e dopo un po’ me ne torno a letto.

“Sarà quel che sarà” mi dico e chiudo gli occhi per far passare la nottata. É così che mi accorgo che sono stanca anche di aver paura….

Lorella e la sua famiglia

Tu hai tenuto un diario dalla notte del terremoto in poi, che è diventato una pagina molto seguita. Ad Amatrice mi ha colpito una frase: “ci siamo sentiti traditi dalla Stato ma non dagli italiani”. Anche tu hai percepito questa vicinanza?

Io ho cominciato a scrivere da quella notte, prima solo per me, poi ho sentito che dovevo farlo per noi tutti, perché chi legge la mia pagina spesso si ritrova nelle mie parole.

Scrivendo ho avuto anche l’opportunità di conoscere gente che voleva starci vicina. É vero, da tutte le parti d’Italia abbiamo ricevuto solidarietà e comprensione, perfino da concittadini residenti all’estero.

Quello che mi ha meravigliato è come ancora una volta la politica fosse così distante dalle persone.

Come mai un operaio di Brescia, un’impiegata di Roma o una farmacista siciliana sentono il bisogno di chiederti come stai, o di fare solidarietà, magari donando una fornitura di gasolio per un tendone di commercianti sepolto dalla neve, mentre la politica non si accorge di te? Come mai la politica non ascolta quando tu gli chiedi qualcosa di cui hai bisogno? Non lo capisco.

In altri centri ho sentito parlare di mobilitazione permanente per svegliare la lentezza burocratica. Molte cittadine sono presidiate dall’esercito che consente ai cittadini di accedere ai centri danneggiati solo dietro rilascio di non so quanti permessi. Insomma, perché siamo ancora così indietro e cosa serve per ripartire?

Quando mi chiedono perché è tutto fermo, cos’è che non ha funzionato, rimango sempre qualche secondo in silenzio. Non lo so cosa non ha funzionato.
La macchina dei soccorsi mi era sembrata efficiente e questo, nonostante i problemi, mi faceva pensare che anche la ricostruzione potesse funzionare. Invece qualcosa si è inceppato.
Mi viene da pensare che si sia inceppato perché il terremoto del 2016 è subito stato paragonato a quello dell’Emilia (o talvolta a quello dell’Aquila) ma il nostro è diverso: si è sviluppato su zone prevalentemente montane di 3 regioni diverse, ha distrutto prevalentemente centri storici e patrimoni culturali importanti.
La nostra economia non è legata a fabbriche o grandi aziende come quella dell’Emilia, ma al turismo e ai prodotti locali. Manca questo, manca tutto. E qui, secondo me c’è stato il primo errore.
Perfino le casette, arrivate dopo due anni, concepite per un territorio mite, sono poco adatte per le nostre montagne, dove neve e temperature sotto lo zero provocano problemi.
Nel frattempo succede il dramma di Genova e il piccolo terremoto di Ischia.
I nuovi decreti, le nuove leggi riguardanti il terremoto, vengono immessi nel decreto di Genova e Ischia.
Il terremoto di grandezza e distruzione più grande degli ultimi 40 anni non ha più nemmeno il diritto di avere un decreto proprio, ma viene fagocitato nel decreto Genova. Agli occhi dei politici i terremotati servono solo nei periodi pre-elettorali, poi tutti spariscono.
Fuori di qui, a 20km, la gente è convinta che tutto sia risolto, come se la soluzione a tutto fossero delle casette di cartone dove molti finiranno la propria vita.

Si rischia di abituarsi anche al terremoto?

Si, si rischia di abituarcisi. E la cosa a volte può essere positiva, perché altrimenti non avresti voglia di ricominciare sempre da capo, sempre sullo stesso luogo, spesso invece è negativa perché ad un certo punto ti dimentichi di lottare per i tuoi diritti, per le tue esigenze, per far sì che non succeda più quello che è successo a noi.Il terremoto non è prevedibile, ma soprattutto non è evitabile. Non dimenticarlo può far sì che ci si impegni a ricostruire città più sicure, città che non debbano essere distrutte o abbandonate ogni volta che la natura decide di fare il suo corso.

Ci si arrende: alle casette, ai negozi vuoti , alle vie deserte, all’apatia di giornate tutte uguali, sempre più pesanti. Ci si adatta a vivere così, con quello che hai, con quello che ti è rimasto, con quel poco che ti viene concesso. Non te ne accorgi, quando tutto sembra ingranare, di quanto la vita può darti o portarti via.Ti guardi attorno e ti senti fortunato perché la tua famiglia c’è.

E all’inizio lotti, ti fai sentire, hai tanta adrenalina addosso, tanta voglia di non farti sconfiggere nè dalla paura nè dal destino, ce la metti tutta. Pensi che in fondo se ti dicono che non ti abbandonano, non ti abbandoneranno! Poi capisci che le parole sono parole, e più si allontanano i riflettori, più tu per loro scompari.

É possibile guardare avanti senza continuare a guardarsi indietro, a quello che si è perso, a ciò che si è rischiato?

Guardare avanti senza guardare indietro secondo me, non solo non è possibile, ma non deve essere fatto. Dagli errori si deve imparare. Dalla storia si deve capire che non si può ignorare la natura, che queste cose accadono, ma sta a noi fare in modo che le nostre case, le nostre città, non mettano più a rischio le nostre vite e il nostro futuro.La paura c’è sempre, anche a vivere in una casa di cartone, ma se ci lasciassero ricostruire le nostre città, come dovrebbero essere ricostruite, il futuro sarebbe meno buio e il passato sarebbe solo un triste ricordo dal quale abbiamo cercato di prendere il meglio.

Grazie Lorella.

**Il negozio di Lorella

Estratto dal reportage su Amatrice pubblicato sulla Rivista Lavoro&Salute di Settembre 2019.

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Agatha

Giornalista free-lance Web Journalism Editor e Correttore bozze Collaborazione con rivista letteraria Storie - Roma Recensione dischi e Live per Magazine Shiver Un Fachiro al Cinema Magazine critica cinematografica Articoli viaggio per casa editrice Viaggi Milano

3 commenti

Valeria · 6 Dicembre 2019 alle 20:41

Ho letto con interesse e trasporto questa intervista, un abbraccio a Lorella e a tutti coloro che con tanta dignità affrontano e hanno affrontato una situazione così difficile.

C.Esposito · 7 Dicembre 2019 alle 12:49

Bravissima all’autrice di questa intervista!

Lorella Fierro · 4 Gennaio 2020 alle 19:51

Complimenti alla mia omonima e applausi alla giornalista.

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