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KHEBEZ DAWLE: LA ROCAMBOLESCA AVVENTURA DELLA BAND SIRIANA PARTITA DA DAMASCO SU UN GOMMONE E CHE ORA RIEMPIE I CLUB BERLINESI.

Articolo pubblicato sulla rivista letteraria 'Storie' il 25 ottobre 2015.

20.09.2015., Kutina - Nastup Khebez Dawle, jednog od najperspektivnijeg benda iz Sirije, u sklopu cjelodnevnog programa inicijative Kufer, projekta Budimo ljudi. Photo: Edina Zuko/PIXSELL

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Berlino, ottobre 2015 - Ultimamente non si fa che parlare di clandestini e richiedenti asilo, in particolare di quelli siriani: pare che almeno loro siano ben voluti, tutti si organizzano per accoglierli e certo suscitano più compassione degli altri profughi. Ma nella mischia di chi fugge a bordo di fatiscenti imbarcazioni non si era mai vista una rock band, almeno fino a poche settimane fa. Succede a Lesbo, dove tra gli sguardi attoniti dei turisti cinque componenti di una band indie-rock, i Khebez Dawle, scendono sorridenti da un gommone malconcio, scattano foto e distribuiscono alla gente i loro CD. Anas Maghrebi, Muhammad Bazz, Bachi Darwish, Hikmat Qassar e Dani Shukri si rimettono poi in viaggio insieme ad altri connazionali e percorrono a piedi ben 1700 km, attraversando Grecia, Macedonia e Serbia e cercando di evitare le bombe inesplose nei Balcani. Un passo dopo l'altro la gente li riconosce e chiede autografi, e così in Croazia si comprano una chitarra per improvvisare brevi concerti.

In lingua siriana Khebez Dawle significa “pane dello Stato”, dove per stato si intende un regime oppressivo che sfama il fisico e non la mente. Il gruppo si forma a Damasco nel 2010 dall'amicizia di sei studenti universitari e dalla comune passione per i Pink Floyd. Ma la scelta di scrivere canzoni di protesta che denunciano la censura e la repressione del governo siriano ("mi avete condannato perchè ho parlato e mi avete ucciso") costa cara alla band che non può esibirsi dal vivo per paura di ritorsioni. Negli scontri della rivoluzione araba il batterista perde la vita, da qui la decisione di lasciare il paese.

Dalla capitale siriana i cinque superstiti si spostano in Libano e, dopo aver sostato per mesi in un campo profughi, riescono a registrare il loro primo concept album che suonano nei club di Beirut. L'immagine di copertina dell'album omonimo raffigura un volto storpiato, privo di un occhio, la bocca imbavagliata e una parte di cervello mancante, chiari simboli degli abusi in atto in Siria. Il disco contiene 11 tracce alienanti e piene di rabbia che, pur tenendo vivi gli eventi di una rivoluzione, la primavera araba, ne elabora il lutto, evocando promesse mancate e speranze nuove. Ma l'obiettivo resta quello di raggiungere l'Europa. Non attraverso i canali convenzionali: bisogna toccare con mano la disperazione di chi affronta un viaggio che è un'odissea in bilico tra la vita e la morte per poterlo testimoniare e trasformare in musica. Con parte dei soldi ricavati dalla vendita degli strumenti, circa 1200 dollari a testa, viene finanziato il viaggio che da il via ad un'anomala tournée, dove le groupies lasciano il posto alle famiglie in fuga.

L'intento dei Khebez Dawle è quello di far conoscere al mondo la tragedia di un popolo che tenta di ritrovare la dignità e che troppo spesso viene rappresentato con immagini fuorvianti, come quella del classico immigrato affamato, malconcio e privo di stimoli.

“Questo viaggio è stato speciale" ha dichiarato alla stampa Maghrebi, front leader dei Khebez Dawle "lo fai una volta nella vita. Impari tante cose sulle persone, sui confini. Perdi fiducia nei documenti, nei passaporti, nelle carte d’identità, nelle nazionalità. Ma dentro di te senti crescere sempre più forte la fiducia negli esseri umani.”

L'avventura iniziata a bordo di un gommone trova il suo lieto fine in Germania, dove ogni sera i Nostri riuniscono sotto al palco dei club berlinesi un pubblico eterogeneo. Groupies comprese.

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