un racconto breve di Agatha Orrico

 

“Fai attenzione, perché le parole degli altri inizieranno a definirti

e potrebbero non essere le parole giuste di cui appropriarti” Susan Jaffe, ballerina.

 

Kansas City, Dicembre 1994.

Ero di nuovo arrivata tardi al lavoro. Quella mattina mi ero vestita nella penombra per non svegliare gli altri e nella fretta mi ero infilata per sbaglio le calze di mio fratello. Poi silenziosamente ero scivolata all’esterno lasciandomi il Motel alle spalle. L’umidità del mattino si appiccicava alla faccia come un foglio di carta velina e mi aveva increspato ancora di più i capelli. Avevo percorso il tragitto a perdifiato fino ad intravedere tra la nebbia l’insegna sgangherata del Whistle Stop Coffee by Jo. Entravo sempre dal retro del bar per evitare gli sguardi dei clienti in fila già dal primo mattino per la colazione. Ancora ansimante avevo infilato il grembiule verde, il cappellino con la visiera e il cartellino con il mio nome sulla pettorina. Per fortuna il capo non mi aveva visto, l’ultima volta mi aveva scalato cinque dollari dalla paga per non essere arrivata con i canonici dieci minuti di anticipo. Dovevo avere un aspetto orribile. Avevo dormito male quella notte per via dell’ennesima disputa con i miei fratelli per decidere chi doveva dormire nel letto grande. Avrebbe dovuto essere il mio turno, ma cinque maschi sanno come farsi valere ed era toccato di nuovo a me e al piccolo Joy dormire sul pavimento. Era lì, in quelle piccole avversità quotidiane, che avevo cominciato a sperimentare la prevaricazione dei maschi. E’ un fottuto mondo maschilista, mia nonna lo diceva sempre. Mi ero sistemata ai piedi del letto e mi ero avvolta nel piumone come fosse un sacco a pelo ma il materasso era talmente sottile che sentivo il mio corpo premere sul pavimento duro e freddo. Del resto in Missouri l’inverno è rigido e di soldi per accendere il riscaldamento non ce n’erano.

  • Signorina, un caffè!
  • Si Signore, arriva subito.

Il Motel era squallido, non mi piaceva viverci. Vivevamo in un’unica grande stanza dormitorio, con vestiti sgualciti dappertutto e tanfo di sudore misto a quello di cibo. Mia madre scaldava la cena su di un piccolo fornellino elettrico, e quell’odore di zuppa finiva per impregnarsi nei nostri vestiti come un marchio distintivo. La notte, quando mamma spegneva la luce, le insegne provenienti dalla strada e i fari delle auto illuminavano a tratti la stanza mostrando una grande macchia di umidità sull’angolo destro del soffitto. Mi perdevo a fissarla, immaginandomi che fosse una grossa nuvola sulla quale mi adagiavo finchè non cominciava a muoversi fluttuando nell’aria. Non era un posto adatto per viverci il Motel, e noi eravamo in sette. Nelle domeniche estive mi accovacciavo sui gradini della piccola veranda e osservavo le case di fronte. Al primo piano di una palazzina color caffè abitava Lola, una ragazza portoricana. Aveva la pelle leggermente ambrata e una lunga treccia annodata in fondo alla nuca. La intravedevo dietro alla tendina azzurra che copriva il vetro della finestra. Il padre aveva fatto fortuna vendendo automobili usate e aveva comprato quel bell’appartamentino, in città si vociferava che fosse invischiato in qualche giro illecito. Ma Lola pareva non dare importanza a ciò che diceva la gente. Lei almeno un padre ce l’aveva, non come il mio che praticamente l’avevo visto l’ultima volta che avevo due anni. Una mattina avevo trovato una foto sbiadita di mio padre nel portafoglio di mamma, ma lei scorgendola tra le mie mani mi era corsa incontro strappandomela, si capiva che ce l’aveva ancora con lui per averci abbandonato.

  • Allora questo caffè? Ho fretta. E portami anche una fetta di Marionberry.
  • Arriva subito, mi scusi Signore!

Se mio padre fosse rimasto con noi non saremmo costretti a vivere in un sordido Motel. Sono anni che vivo nei Motel, non me lo ricordo più com’è fatta una casa vera. Ogni volta che mamma ha un nuovo compagno ci spostiamo. Ora sta con Daniel – lui vuole essere chiamato Danny – e mamma dice che è il nostro nuovo patrigno. Viene a trovarci solo la domenica, arriva con la sua vecchia Buick verde scuro, mia madre corre fuori col vestito a fiori della festa e gli salta al collo come una ragazzina. I miei fratelli lo odiano, ma io spero solo che duri se no ci toccherà trasferirci di nuovo….non so più quante città abbiamo cambiato per seguire gli uomini di mamma.

  • Ecco il Suo caffè Signore.
  • Era ora! Ma che hai stamattina? Che hai fatto ai capelli? Hai litigato con il fidanzato per caso?
  • Io non ho il fidanzato, ho solo 13 anni!
  • E che vuoi che sia, intanto sei qui a lavorare. Ma se non ti dai una mossa mica ce l’avrai un futuro come cameriera sai?
  • Io non voglio fare la cameriera da grande Signore.
  • E che vorresti fare sentiamo?
  • La ballerina di danza classica Signore.
  • Ahahaha questa si che è bella! Ma ti sei vista? Sei tutta sgraziata, ti muovi male, sei bassa. Con quei capelli…e poi sei nera! Che si è mai vista una ballerina di danza classica nera?

(23 anni dopo)

Milano, Dicembre 2017

  • Miss Copeland la avvisiamo noi quando è ora di andare in scena!

    Milano…La Scala….Oddio!….Riesco a stento a dominare l’ansia, lo confesso. Ho in corpo la stessa tensione della prima volta, adesso come allora, eppure ne è passato di tempo. Ricordo come fosse ieri la dicitura sbiadita accanto al campo da basket “lezioni di danza gratuite per principianti”. Ci ero passata davanti per caso per non farmi seguire da Harry, un odioso ragazzetto che quando mi incrociava per strada mi diceva che ero nera perché non mi lavavo la faccia, e io bruciavo dentro per la vergogna di non appartenere. Non sapevo ancora che quello era solo l’inizio di un elenco di frasi colme di pregiudizio con le quali avrei dovuto rassegnarmi a convivere.

    Non sopportavo Harry, era come una lingua che batte di continuo sul dente malato. Ma se non fosse stato per lui non sarei mai capitata davanti alla scuola di danza, quindi grazie stupido di un Harry!

    Ricordo con emozione il volto sorridente di Cynthia Bradley, la mia prima insegnante di ballo. A quei tempi era la sola a credere in me, fu lei che, scorgendo del talento, per un pò mi sostenne economicamente. Passavo le notti immaginando che un giorno ci sarebbe stata la mia foto accanto a quelle delle ballerine famose: Gelsey Kirkland, Paloma Herrera, Sylvie Guillem, Alessandra Ferri. Erano diverse da me, erano esili, leggere….e avevano la pelle bianca come il latte. Ricordo le liti furibonde con mamma per i soldi, i tribunali per la mia tutela legale e la delusione che provai scoprendo che anche Cynthia, la mia mamma adottiva, non agiva del tutto disinteressata. Ho cavalcato anni di amarezza e solitudine. Ho subito l’umiliazione dello stereotipo “il tuo corpo non è fatto per il balletto”, “sei bassa, sei troppo muscolosa, sei sproporzionata” e quel “sei nera!” che affondava nella carne come un pugnale affilato. Ma io non avevo dato retta a nessuno, sentivo che ce la potevo fare nonostante quel corpo che portava i segni dei miei drammi privati.

    • Miss Copeland, tra dieci minuti si va in scena!

    Far scorrere tra le mani la locandina dove compare il mio nome mi provoca ancora una misteriosa inquietudine…

    “Il Teatro alla Scala di Milano apre la stagione con Miss Misty Copeland, prima ballerina dell’American Ballet Theatre di New York, che danzerà con Roberto Bolle in Romeo e Giulietta, coreografia di Kenneth MacMillan”.

    Ecco ora piango e disfo tutto….L’unica afroamericana ad aver ottenuto il ruolo di étoile nei 75 anni di storia dell’American Ballet Theatre! Oh papà saresti fiero di me, ne sono certa.

    Vorrei saperti tra il pubblico, una volta mi pareva di averti visto là, tra la folla, con la stessa faccia della foto sbiadita.

    Saresti orgoglioso di me papà, per essere sopravvissuta in un ambiente che mi aveva delineato un futuro senza speranza, che mi voleva sempre forte, perchè se non lo sei ti schiacciano, ti fanno sentire una nullità, moneta scaduta. La danza è come una creatura mitologica che seduce ma fa paura per la sua spietatezza, la ricerca della perfezione, la pressione per farti aderire a rigidi canoni estetici. Ci sono passata anch’io sai, anoressia, bulimia, disistima, ero incomprensibile persino a me stessa…ma ho superato tutto. Ho vinto la discriminazione verso chi è donna, verso chi è nera. Si papà, nell’American Ballet ho vissuto l’isolamento per essere l’unica donna nera. Per undici anni. Erano poche le cose certe se non che non ero la benvenuta e che la mia bellezza lì non era bella come le altre. Non ho ricevuto né sconti né regali dalla vita e a volte la vergogna mi avvolgeva come un sudario.

    Accidenti se è stato difficile! La sofferenza era impressa nel mio destino, la mia vita era un vicolo senza uscita, la danza pareva inaccessibile per una come me. Avevo imparato a cancellare i miei sentimenti, era il mio modo per andare avanti. Ma poi il balletto si è trasformato nella mia guarigione, mi ha reso più resistente, la mia via di fuga dai tanti patrigni e da quel senso di perdita interiore. Con mamma non ci parliamo più da anni.

    Ho lavorato duro e senza sosta papà, e quei rifiuti mi hanno temprato. Ho fatto un salto nel vuoto senza rete. Non accettare un tribunale che decidesse cosa fosse giusto e cosa sbagliato al posto mio è stata la mia strategia di sopravvivenza. Alla fine ha vinto lei, la danza: me ne sono lasciata invadere e non sopraffare.

    Dopotutto, che me ne sarei fatta di una vita lineare? Non sarei qui, non vivrei nella mia bella casa nell’Upper West Side a Manhattan, non farei il lavoro che ho sempre sognato. Non sarei quella che sono. Ho finalmente quella sensazione impagabile di aver trovato il mio posto nel mondo.

    Hanno scritto: “Questo scricciolo alto un metro e cinquantatre ha costretto il mondo intero a guardare al balletto attraverso lenti più contemporanee”. Il mondo intero…..hanno detto che rappresento il sogno di tutte le minoranze perché ho tirato fuori tutte le mie risorse emotive e ho cambiato il mio destino. In fondo questa è solo una parte della mia vita. Non è che l’inizio. Me ne sto affacciata al pianerottolo della mia vita a guardare che succede nel mondo come se fosse uno spettacolo.

    Papà….so che saresti fiero di me ora. Non sono più la piccola Misty. Ora sono una donna.

    ***

    L’Etoile Misty Copeland

     

     

    con Roberto Bolle

    Pubblicato su “Cultura e…”

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    Agatha

    Giornalista free-lance Web Journalism Editor e Correttore bozze Collaborazione con rivista letteraria Storie - Roma Recensione dischi e Live per Magazine Shiver Un Fachiro al Cinema Magazine critica cinematografica Articoli viaggio per casa editrice Viaggi Milano

    1 commento

    Anita Errico · 7 dicembre 2018 alle 15:50

    Un racconto veramente bello che in poche righe porta a vivere cosa deve essere stata la lotta per emergere e mostrare se stessa superando le discriminazioni e le difficoltà della vita. Agatha ha un dono raro, riesce a tasformare la parola e ad incantare, qualunque sia l’argomento, anche il più duro. Complimenti ❤️

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