22
Mar

Nite Fields - Depersonalisation (2015 - Felte)

NITE FIELDS

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Anche se arriva dalla prolifica terra australiana, precisamente da Brisbane, la band dei Nite Fields composta da Chris Campion, Liza Harvey, Danny Venzin e Michael Whitney sembra più che altro materializzarsi da un sottosuolo alieno.

Due algidi guanti di plastica fanno intuire già dalla copertina di Depersonalisation - prodotto dall'etichetta di Los Angeles Felte - che non ci troviamo di fronte a un album melodico quanto ad un prodotto per così dire industrial.

"Depersonalisation" esce a due anni di distanza dall'album di esordio ed è certamente più maturo rispetto al precedente, tanto che è stata intrapresa la strada di una collocazione a livello internazionale con un tour mondiale che partirà dalla Russia.

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Chiariamolo subito: non ci vuole un genio musicale per capire che i Nite Fields si servano di esperienze sonore già vissute dalla generazione che dagli anni '80 in poi non si è persa una sola puntata di Videomusic. Il quartetto autraliano ha assorbito dalle radici di quella scena rock dark punk britannica che è partita dai Joy Division e che si è poi calata nell'atmosfera più claustrofobica di Smiths e Cure. Certo, i sopra citati si muovevano in campi totalmente inesplorati e per questo rimbombano ancora nelle nostre orecchie; proprio per questo vengono per un certo verso considerati icone ineguagliabili, ma va comunque apprezzata la scelta dei Nostri di accantonare le tentazioni commerciali in favore di un prodotto che svela un'attitudine poco convenzionale.

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"Depersonalisation" dipana trentacinque minuti di battute lente, chitarre confuse e bassi sintetici. Eccetto due brani strumentali, il tratto caratteristico delle nove tracce è la voce sonnolenta e cantilenante di Venzin. I testi descrivono confusione e straniamento ("I go out in the night, where nothing happens...but nothing is something" o “Take the hole in my heart, and fill the void” e ancora "They need you near, but find it easier to push you away") e numerosi rimandi ai classici dei già citati Smiths, primi fra tutti i brani "Fill the void" e "Hell happy".

E' condito da sospiri prolungati ed echi lontani "Winter's gone" mentre le sonorità si fanno più paranoiche e tese in "Come down", con note dark che ne scandiscono la linea di apertura.

I due brani più centrati e d'impatto dell'album che potrebbero essere passati in radio sono "You I never knew" e "Prescription", con interessanti punte melodiche alternate a chitarre distorte in un mantello di note iridescenti.

"Like a drone" condisce di arpeggi chitarristici la voce crepuscolare e morbida della Harvey, in una eterea e rarefatta atmosfera glaciale...

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