Ciao Sandrine, presentati ai nostri lettori.

Sono Sandrine Mputu, conosciuta anche come Kiasi, di nazionalitá italiana e residente da un paio d’anni a Londra, originaria della Repubblica Democratica del Congo. Qui a Londra lavoro sette giorni su sette per mantenermi da sola, il mio lavoro si divide tra quello di interprete e traduttrice freelance durante la settimana e sales assistent durante il weekend. Nel frattempo proseguo gli studi presso la facoltà di international business management.

Complimenti, una vera donna in carriera. Vorrei cominciare parlando un po’ di identità. Nel dibattito delle seconde generazioni si parla spesso di “identità fluida”. Ti ci riconosci, e cosa si intende esattamente con questo concetto di fluidità? Che rapporto hai con le tue radici in Congo, quanto sono importanti per te e quanto invece è importante sentirti europea e italiana?

Il rapporto con le mie origini è a dir poco complesso, difatti non ne ho avuto una vera e propria esperienza diretta come l’ho invece avuta con l’ Italia, dove ho trascorso gran parte della mia vita, dove conservo i miei primi ricordi, dove ho imparato a leggere e scrivere, dove mi sono formata, dall’infanzia all’adolescenza, fino a diventare una donna. L’Italia, o per meglio dire il mondo Occidentale, ha occupato un maggior spazio nella mia vita, influenzando cosí la mia maniera di fare, di esprimermi, le mie abitudini, senza peró cancellare ció che sono le mie radici, le mie origini e alcuni valori che questo comporta. Sono sempre stata cosciente di essere sia italiana che congolese e questo probabilmente è dovuto al fatto che è la maniera nella quale sono stata cresciuta.

Come tanti miei coetanei vivo questa sorta di fluidità, di dualitá identitaria in maniera molto naturale senza necessariamente sentire il bisogno di scegliere una o l’altra, cosa che personalmente non potrei mai fare. Ci sará sempre una delle due che prevarrà un pò di piú rispetto all’altra, ma non sono dissociabili, non posso dire la percentuale di quanto italiana mi senta e quanto congolese, nè tantomeno delineare dove inizia la mia italianitá o il mio essere congolese. Sarebbe come cercare di separare il latte dal caffè nel cappuccino. La nostra è una fusione di culture che fa parte della nostra identitá, che ci rende piú ricchi. Il problema nasce quando arrivano pressioni dall’esterno che vorrebbero farci scegliere tra queste due identità, o quando qualcun altro vorrebbe catalogarci a causa della nostra multiculturalitá: questo ci penalizza.

Che effetto ti fa ripercorrere la storia del grande Patrice Lumumba e degli altri statisti che come lui hanno combattuto il colonialismo per risollevare le sorti della propria nazione?

Di fronte a questi grandi uomini provo commozione e grande orgoglio. Pur essendo personaggi che hanno fatto la storia non erano super eroi, erano persone semplici con vite ordinarie…ma hanno combattuto e sacrificato tutto, pure la stessa vita per amore della patria, della libertá e della giustizia. Questo dovrebbe contribuire a smentire l’ idea che molti hanno dei paesi africani, visti come passivi e sottosviluppati, perché quella che viene vista come apparente passivitá o arretratezza culturale non è altro che la conseguenza delle politiche coloniali e neo-coloniali.

Patrice Emery Lumumba

Esempi come Lumumba sono la dimostrazione che in realtá i paesi del Sud del mondo hanno sempre lottato per la libertá e l’autonomia dai paesi occidentali, un’autonomia che purtroppo fatica ad arrivare nonostante le indipendenze: le innumerevoli risorse sono diventate la maledizione stessa dell’Africa, vedi il Congo. Vi è ancora un piano sistematico per mantenere questi paesi sotto il controllo dell’Occidente tramite governi corrotti e apparentemente democratici che alimentano il caos e li mantengono in condizioni di sottosviluppo.

E’ un dato di fatto, il colonialismo è finito solo sulla carta, ma quello economico è ancora più insidioso. In merito a quanto dicevi, com’è la situazione attuale in Congo?

Il Congo è in una situazione a dir poco drammatica, dal punto di vista economico, sociale, politico e sanitario. Sebbene non ci sia una guerra al momento si pagano ancora le conseguenze delle guerre passate e delle incursioni da parte dei paesi limitrofi che hanno deturpato il paese. Stati Uniti, Belgio e Cina sono tra i tanti paesi attratti dalle immense risorse, ma non pensiamo mai che tutto il mondo usufruisce di tali ricchezze: delle minieri di diamenti, ai giacimenti di petrolio, riserve naturali ricche di flora la fauna, l’uranio, l’oro, lo stagno, il coltan…la lista è lunga.

Eppure sul Congo, nonostante sia in atto un vero e proprio genocidio a causa dello sfruttamento di minori, la violazione continua dei diritti dell’uomo, le violenze e gli stupri, l’ebola e le irregolaritá a livello politico è calato il silenzio mediatico. In questo momento ad esempio le elezioni politiche sono state nuovamente posticipate a causa del piú grande scoppio di epidemia di ebola, l’ultima risaliva al 2014. Casualmente si sta verificando ora, nel bel mezzo delle elezioni. I tumulti di protesta contro il Presidente Kabila, il cui mandato è scaduto dal 2016 ma che continua a detenere il potere, sono finiti in bagni di sangue e vere e proprie sparizioni di chi si oppone. Questo caos genera crisi, disoccupazione, spesso gli impiegati non ricevono la retribuzione, si ha un abbassamento del livello di istruzione e povertá. Ci sarebbe molto da dire, suggerisco la lettura di “The looting machine” che racconta in modo molto preciso e dettagliato le responsabilitá dell’ Occidente e delle multinazionali in questo processo di destabilizzazione, cose che vengono taciute dai media.

Ho appreso molte cose parlando con i famigliari o con le persone direttamente coinvolte che ho conosciuto durante il mio impiego come mediatrice culturale in un campo per rifugiati. Ho sentito le storie drammatiche di chi ha dovuto lasciare la propria terra per disperazione e motivi di sicurezza e ci tengo a dire questo perché molto spesso l’ignoranza porta troppa gente a creare polemiche sulla crisi di rifugiati, asserendo che non ci sia bisogno di accogliere in quanto non sono paesi in guerra. Nel caso del Congo non è proprio cosí.


Torniamo alla questione dell’identità. Nel gergo giornalistico la narrazione viene spesso semplificata usando definizioni di genere che finiscono per non tenere conto di molteplici sfaccettature, a me dà l’idea di “inscatolare” le persone in categorie. Noto che questo avviene in particolare verso chi ha la pelle scura; per definire gli “africani” c’è tutta una terminologia che va da: prima e seconda generazione, nera, di colore, afro-italiana, afro-discendente, afro-europea, italo-congolese…quale o quali di queste definizioni non ti piacciono o non ti rappresentano?

Concordo: in Italia c’è proprio una difficoltá a distinguere la gente con la pelle nera e quindi veniamo messi tutti in un’unica categoria. Una vera e propria ignoranza da parte di molti sia nella terminologia, sia nel riconoscere le diverse sfaccettature: il background geografico, nazionale, culturale e identitario.

Per cominciare: profugo, immigrato e italiano di seconda generazione sono tre cose completamente diverse! Ma anche usare il termine “africano” come maniera identificativa è errato perché in sostanza non vuol dire nulla: nessun paese africano è uguale all’altro e giá all’interno di uno stesso paese coesistono lingue, culture e religioni diverse. Oltre a ciò la storia, la condizione politica ed economica, le tradizioni, la cucina…divergono in modo impressionante da paese a paese: l’ Africa è un continente che racchiude al suo interno 54 stati completamente diversi l’uno dall’altro!

Un’altra associazione sbagliata è quella tra l’essere neri e l’essere africani, qui noto una grande difficoltá da parte un pò di tutti nel capire la questione: “nero” non è per nulla dispregiativo o offensivo in quanto è una costruzione sociale per identificare chi ha la pelle scura, mentre lo è l’espressione “di colore“. Essere neri in un paese africano non è uguale a essere neri in Occidente. Anche il termine “afroitaliano “ secondo me sarebbe da rivedere perché trae origine dal filone americano, ma c’è una differenza perché, mentre gli afroamericani sono stati deportati in America, gli afroitaliani di seconda generazione, non solo conoscono esattamente il paese dal quale sono originari, ma sono giunti qui volontariamente per migrazione.

Il termine che ci accomuna un pò tutti è afrodiscendenti, tra cui coloro appartenti ai paesi dell’America latina, paesi dove gli schiavi provenienti dall’Africa sono stati deportati e il cui miscuglio ha dato origine agli afrolatini.

Infine il termine “negra” (ma anche “mulatta”) non va mai utilizzato, nemmeno per scherzo, perché è denigratorio e storicamente considerato razzista; all’estero è pure sanzionabile. In ogni caso è soggettivo, il modo più semplice per non offendere sarebbe chiedere al diretto interessato, proprio perché non siamo tutti uguali.

Kiasi Sandrine Mputu

Grazie, questo dovrebbe chiarirci le idee. In Italia il 2018 è stato scandito dal dibattito politico sull’immigrazione. Che idea ti sei fatta dell’immigrazione nel Mediterraneo, degli slogan “porti aperti” e soprattutto condividi la posizione di chi sostiene che siamo di fronte ad un grande business?

Mi trovo in una posizione di mezzo riguardo alla questione, ciò che so è che c’è bisogno di chiarezza, non si dovrebbe parlare senza dati alla mano. Questa generalizzazione, questo termine “invasione di sbarchi”…la maggior parte degli immigrati che vive in Italia è arrivata con l’aereo. Nè io nè gente che conosco siamo arrivati coi barconi. Poi, come già detto prima, l’Africa è un continente nel quale ogni paese ha la sua situazione economica e politica, la situazione della Somalia per intenderci non è come quella del Ghana o della Costa d’ Avorio. Per cui trovo sbagliato negare l’esistenza di persone che realmente neccessitano di asilo politico, gente vulnerabile o proveninente da paesi in stato di allarme ed emergenza. E’ il fine propagandistico che non è giusto, è disumano.
Confermo riguardo a quella percentuale, esigua, di persone che si sposta coi barconi in cerca di migliori prospettive di vita, che poi si ritrova in situazioni di traffici umani sui quali vi è un vero e proprio business, cosí come sono veri i casi di irregolaritá dell’utilizzo dei fondi che l’Unione Europea fornisce per l’assistenza, l’accoglienza e l’inserimento di rifugiati, i quali finiscono in mani del capolarato o si ritrovano a lavorare e vivere in condizioni quasi vicine alla schiavitu, Ma si tratta di un numero inferiore rispetto ai regolari e in ogni caso il problema di base non è l’accoglienza in sé quanto l’inserimento e la regolarizzazione dei migranti i quali resi regolari ed inseriti diventerebbero parte attiva e contribuente della nostra societá. Nessuno fa tanta strada rischiando anche la morte perché nel cassetto ha il sogno di delinquere nelle strade italiane, quindi è da stupidi generalizzare e prendersela con tutti a causa di alcuni. Purtroppo tutto viene amplificato a causa di una propaganda politica e mediatica che cerca un capro espiatorio per sviare i problemi prioritari dell’Italia che sono mafia e corruzione, malasanitá, disoccupazione giovanile, l’elevata tassazione ecc.

Kiasi Sandrine Mputu

Poi non si considera mai che in molti paesi in Africa non è cosí facile ottenere permessi e visti quindi piú che porti chiusi o aperti ci dovrebbe essere meno ipocrisia e un interesse reale a risolvere il problema a monte, ovvero la ragione che spinge le persone a sostarsi. E poi sistemare la burocrazia che ha reso cosí difficile l’immigrazione regolare.

Chiarissimo. Parliamo ora di una questione che mi sta molto a cuore, e cioè quella femminile. Come vive oggi una donna nera in Italia?

Essere una donna nera in Italia è una sfida quotidiana, una lotta contro ogni tipo di stereotipo possibile e immaginabile. Dover sempre ribadire cosa si è o cosa non si è, cercare di farsi valere come persona perché costantemente si viene associate a qualche gruppo di appartenenza. Io non sono solo Sandrine, sono anche la mia personalitá, le mie capacitá, le mie conoscenze, il mio carattere, le mie aspirazioni, i miei sogni. Essere nere, soprattutto in Italia, significa appartenere e rispondere a nome di tutto un gruppo di persone, essere un milione di generalizzazioni. Significa essere costantemente denigrate, ipersessualizzate a causa delle nostre forme, trovarsi al centro dell’attenzione per la nostra estetica, per la nostra capigliatura. Eppure allo stesso tempo essere invisibili, perché non abbiamo molte figure di riferimento e rappresentative dei neri e in particolare della donna nera in Italia. Quante donne nere si trovano in posizioni di livello o professionali, nei testi scolastici, in tv, nei media? Le donne vengono presentate sempre con tratti negativi, denigratori o come bamboline in esposizione. Questo influenza molto l’immaginario collettivo, ma essere una donna nera non è solo essere il nostro corpo, come tutti abbiamo anche un cervello, una storia nostra, delle capacitá e delle idee.


Ecco, proprio in merito al discorso sul femminismo, trovo che in Occidente sia mancata la narrazione delle dinamiche intersezionali e che ci si ostini ad affrontare altri tipi di femminismo in chiave euro-centrica. E’ una narrazione nella quale si annidano contraddizioni in quanto non si è tenuto conto del contesto nel quale vanno affrontate certe battaglie e delle intersezioni che possono coinvolgere lo stesso soggetto in molteplici forme di discriminazione. Credo che la donna europea dovrebbe limitarsi a supportare senza diventare paladina di certe lotte che non la riguardano direttamente. Sei d’accordo?

Concordo perfettamente! Soprattutto in Italia intravedo una grande fatica nell’integrazione del discorso intersezionale ovvero riconoscere le molteplici oppressioni che una donna può subire: il sessismo in contemporanea al razzismo , classismo, discriminazione verso i disabili e così via . Se vogliamo che i movimenti femministi siano inclusivi e funzionino per tutti, le donne privilegiate devono iniziare a riconoscere i propri privilegi cominciando con l’ascoltare i non privilegiati in modo tale da riuscire davvero a lavorare insieme verso un movimento inclusivo e funzionale per tutti: una lotta per i diritti di tutte le donne tenendo conto delle diverse e molteplici oppressioni che alcune di esse possono subire. La sola lotta al patriarcato non é sufficiente ed é discriminante nei confronti del resto delle donne specie se fatto in maniera totalmente eurocentrica e senza considerare chi é soggetto in contemporanea anche ad oppressioni di altro tipo come quelle elencate sopra. C’è senza dubbio bisogno di unire le forze e di allearsi in quelle che sono le diverse lotte, sono totalmente d’ accordo con questo ma credo che sia fondamentale che ognuno parli dalla propria condizione ed esperienza, senza silenziare le voci degli altri al contrario riconoscendo le diverse battaglie che ognuna ha e lasciando che ognuna parli per sè, senza farci quindi portavoce di cause che non ci colpiscono direttamente.

Concordo assolutamente. C’è un grande lavoro di coscienza da fare per rivedere ognuno le proprie posizioni. Sempre in tema di femminismo, quali sono gli ostacoli che incontrano le donne in Congo, qual’è la realtà di un’autoctona congolese oggi rispetto a realtà quali il maschilismo e la società patriarcale?

Come dicevo in precedenza in Congo ha al suo interno diversi credo e tradizioni per cui è un pò un minestrone. Se dobbiamo fare un discorso generale il Congo ha un concetto di società matriarcale, le donne in passato hanno sempre avuto grande importanza, erano considerate la base della famiglia. Il colonialismo e le religioni hanno senza dubbio modificato l’immaginario delle generazioni successive e la situazione sociale di oggi, causando una disparitá ancora piu elevata, anche a livello di diritti.

Le donne di qualsiasi etá devono vedersela con strupri sempre piu frequenti, quasi all’ordine del giorno, violenze di ogni tipo anche di gruppo, e queste donne dopo questi episodi devono subire l’umiliazione di essere rigettate dalla propria famiglia e dal consorte e molto spesso non ottengono giustizia. Le donne non sono considerate al pari degli uomini e la percentuale di donne in carriera e in politica è veramente bassa. Nonostante la situazione sia drammatica e i movimenti di emancipazione femminili non ancora cosí forti, si intravede uno spiraglio di luce e un pò di speranza per l’uguaglianza sociale anche grazie ad organizzazioni, iniziative e corsi di aggiornamento finalizzati a formare donne che abbiano capacitá non solo domestica ma anche imprenditoriale e giuridica, in modo tale da riconoscerne i diritti e insorgere quando questi vengono negati .

Ho scritto diversi articoli sulle attiviste africane, credo ci sia un bel fermento nel continente. Tra queste Nice Nailantei Leng’ete che è molto impegnata nella lotta alle mutilazioni genitali femminili, Memory Banda che combatte i matrimoni e le gravidanze precoci in Malawi. Sono tutte pratiche che avviano anche verso una disparità di istruzione per le bambine. Tu da afro discendente come ti poni in queste battaglie del continente?

Si, ho sentito parlare di queste donne, le ammiro tantissimo per il loro coraggio e dedizione, per innalzarsi contro queste pratiche ingiuste e soprattutto educando le donne stesse a rivoltarsi anche se questo spesso significa andare incontro a molti rischi.

Nice Nailantei Leng’ete

Personalmete mi tengo informata e l’ unica supporto che posso dare da qua è quello finanziario e il sostegno a chi si trova in prima persona a combattere. Come dicevo prima penso che le lotte di ogni genere e contro ogni tipo di oppressione debbano essere fatte ognuno parlando dalla propria posizione, posso si sostenere la causa ma nel mio caso, non essendomi mai trovata ad avere a che fare con queste pratiche vivendo in Occidente, e non avendolo sperimentato direttamente, credo sia giusto lasciare in prima linea chi si trova ad averci a che fare in prima persona. Chi ha esperienze dirette e non solo per sentito dire. Personalmente mi occupo di questioni che mi riguardano più da vicino come la condizione delle donne nere in Europa, la questione delle seconde generazioni, la cittadinanza, poi per il resto ne parlo, sostengo la causa contribuendo con organismi affidabili, piú di quello per il momento non posso fare. Ma parlare a nome delle donne africane, di storie che non conosco direttamente, no.

In Italia, ma anche nel resto d’Europa, si ha la percezione che vi sia uno scontro dialettico tra prime e seconde generazioni. I nativi africani che vivono qui fanno convergere gran parte della narrazione sulla questione sbarchi e immigrazione, concentrandosi principalmente sugli episodi di razzismo e le manifestazioni in piazza. Chi è nato in Occidente pare invece meno attratto dalle piazze e più interessato all’ottenimento di parità civili, vedi ius soli, la lotta ai diritti femminili e alle comunità LGBT. Vivi anche tu questa discrepanza di obiettivi, vi è effettivamente una frattura o è un fraintendimento?

Si confermo che ci sono divergenze su varie tematiche, come ad esempio riguardo a quali siano le priorità e come impostare la lotta all’emacipazione per il nostro riconoscimento nella società. La cosa è normalissima appunto perché apparteniamo a generazioni diverse, motivo per cui nonostante ci accomunino determinate esperienze, viviamo peró in maniera differentente la questione. La prima generazione arrivata come immigrata oltre ad avere un percorso completamente diverso ha un grandissimo desiderio di ritornare nel continente nativo per lo meno per vederlo cambiare. Essendo venuti in Italia per lavorare, quando si trovano di fronte a degli episodi di ingiustizia giustamente si sentono in dovere di protestare e scendono nelle piazze. La seconda generazione invece, essendo di fatto italiana, per quanto possa avere un forte richiamo verso le origini considera l’Italia come casa sua. Molti di loro non sono nemmeno mai stati nel paese di origine dei genitori o di uno dei due, per questo troverebbero molto difficile quel “tornare a casa“ perché la loro casa è qui.

Le priorità sono diverse perché è diverso il concetto di paese di appartenenza. La nazionalitá, l’identità, l’essere legalmente riconosciuti, le opportunitá lavorative, sono riconoscimenti che vogliamo al contrario dei nostri genitori che sono venuti in età adulta e che hanno dovuto accontentarsi di qualsiasi lavoro. Noi non ci accontentiamo perché abbiamo le qualifiche e i requisiti che vogliamo vengano riconosciuti al pari dei nostri coetanei senza che il colore della nostra pelle debba influenzare. Sembra un discorso scontato ma purtroppo questo condiziona tantissimo le opportunitá lavorative, ecco perché le seconde generazioni lottano, perché non vediamo rappresentanza nelle diverse categorie, nei media e nei settori prefessionali. Certo siamo all’inizio, a forza di cose e quando i ragazzi di seconda generazione saranno sempre di più le cose cambieranno. Dobbiamo lottare contro i preconcetti, la xenofobia, il lavaggio del cervello di una propaganda e trovare forme per includere più che integrare.

La strada è anche quella di creare nostre attivita, canali di informazione che ci rappresentino e ci diano il giusto spazio. Noi seconde generazioni, appunto perché viviamo questa sorta di dualitá, da un lato pensiamo si anche al continente africano utilizzando i privilegi acquisiti in Occidente attraverso lo studio e il lavoro, dall’altra però mi rendo anche conto che la cosa è soggettiva e dipende da persona a persona. Non si può imporre a nessuno come e dove vivere, come sentirci, ognuno ha i suoi tempi e i suoi bisogni. Il nostro multi culturalismo non ci rende tutti uguali, ognuno ha la propria storia, c’è chi sente di più la vicinanza all’Africa e chi molto meno. Personalmente credo che sarebbe assurdo pensare di sostenere qualcosa là se non siamo a posto qua, mi pare una mentalità paternalista e un filo colonialista.

In Congo convivono diverse religioni che si intersecano con l’animismo. Secondo te come si concilia questo legame così forte verso religioni monoteiste imposte dal colonialismo arabo ed europeo con forme religiose tradizionali? Tu che rapporto hai con la fede e la religione?

Il Congo è ricco di tribù e credenze, ma prima dell’arrivo del colonialismo e delle religioni moneteiste si praticava l’animismo, la spiritualitá e il culto degli oggetti, della natura e degli antenati. Erano pratiche cantiche che venivano tramandate oralmente poiché non esiste un vero e proprio libro sacro come puó essere la Bibbia o il Corano ed è per questo motivo che non sono particolarmente documentabili.

Nonostante per molti siano ritenute pratiche mistiche, stregoneria, c’è in un movimento di ritorno a queste credenze precedenti al colonialismo. In Congo Islam e Cristianesimo (protestantesimo e cattolicesimo) coesistono anche se quest ultimo detiene la maggioranza di fedeli.

Io sono cristiana protestante ma piú che identificarmi con la religione, che alla fine è una costruzione umana, mi identifico con ció che è la fede e la spiritualitá, che è il contrario della religione, poiché è una cosa intima, personale, libera, che ti porta in connessione con te stessa, nulla a che vedere con il mondo esteriore.

Cara Sandrine, siamo arrivate alla fine di questa lunga e interessante chiacchierata, della quale ti ringrazio. E’ stato un piacere e spero che avrà illuminato qualche mente offuscata da pregiudizi. Cosa vogliamo augurarci e augurare, in particolare alle altre donne, per questo nuovo anno appena iniziato?

Si, molto è stato detto e molto ancora ci sarebbe da dire perciò è giusto non smettere mai di parlare.

In tal proposito voglio ringraziarti per lo spazio e l’ opportunitá che mi hai dato di dire il mio punto di vista. In conclusione, l’augurio che posso fare a tutte le donne è di iniziare ad essere piú solidali tra noi, c’è spazio per tutte. È solo questione di lavoro, di ingradire la tavola anziché sgomitare a vicenda per occupare un posto. Un modo sarebbe quello di affrontare le questioni in chiave internazionale, non accettando un’unica chiave interpretativa.

Siamo tutte capaci e necessarie, ognuna con le proprie qualitá.

Il patriacato ha cercato sempre di opprimerci e di dividerci, ma mi auguro che il 2019 sia l’anno dell’unione, della pace armonia, dell’uguaglianza sociale, di meno parole e di più fatti.

E io mi unisco al tuo augurio. Ciao Sandrine, un augurio per la realizzazione dei tuoi progetti e buona vita a te.

(di Agatha Orrico)

Pubblicato sul Numero di Gennaio 2019 di Lavoro & Salute

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Agatha

Giornalista free-lance Web Journalism Editor e Correttore bozze Collaborazione con rivista letteraria Storie - Roma Recensione dischi e Live per Magazine Shiver Un Fachiro al Cinema Magazine critica cinematografica Articoli viaggio per casa editrice Viaggi Milano

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