8
Ott

RADIOHEAD - A moon shaped pool.

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La musica dei Radiohead sembra il canto di chi si trova in trappola in un mondo che sta andando a pezzi, ma nonostante tutto si ostina a cantare. Ascoltando le canzoni del gruppo di Oxford, viene quasi da pensare ai protagonisti della Strada, il romanzo di Cormac McCarthy nel quale un padre e un figlio cercano di sopravvivere dopo una catastrofe che ha quasi distrutto la Terra. La tragedia che li circonda è evidente, quasi inevitabile. Ma nonostante questo loro “portano il fuoco”, simbolo di un ultimo barlume di umanità.

Ecco, i brani dei Radiohead sembrano usciti da un mondo del genere, dove pare esserci poca speranza. Hanno sempre avuto sullo sfondo una tragedia, reale o immaginaria. Se all’inizio della carriera c’era l’alienazione sociale di Creep, in seguito sono arrivati la globalizzazione, il capitalismo selvaggio e i cambiamenti climatici. Ma la via d’uscita, la luce in fondo al tunnel, alla fine a fine anche per i Radiohead c'è.

Anche il nuovo album del gruppo, che si intitola A moon shaped pool ed è fatto di undici canzoni disposte in ordine alfabetico, non sfugge alla regola. Solo che a tutte queste catastrofi se ne aggiunge un’altra: la fine di un amore. Thom Yorke, il cantante del gruppo, nel 2015 si è separato dalla compagna Rachel Owen, con la quale ha anche due figli.

A moon shaped pool è un disco che, almeno dopo i primi ascolti, sembra risentire profondamente di questa vicenda personale, oltre che del fatto che i Radiohead si avvicinano ai cinquant’anni e sembrano avere un approccio molto più controllato alla loro musica. È un album intimista e grigio (qualche indizio già lo fornisce la bruttissima copertina) con picchi di intensità commoventi.

 

L’album è stato registrato nello studio La Fabrique, in Provenza ed è stato anticipato da una campagna di marketing virale.

La prima cosa che colpisce è che, musicalmente, non c’è quasi niente di nuovo rispetto al passato. La scrittura dei pezzi è molto “tradizionale”. Diversi brani risalgono a tanti anni fa. Uno, True love waits, addirittura agli anni novanta. Ci sono molti archi, suonati dalla London Contemporary Orchestra, poche chitarre elettriche e diversi passaggi che sembrano usciti da una colonna sonora anziché da un disco pop rock. Non è una sorpresa dato che Jonny Greenwood, il chitarrista e principale arrangiatore della band, in questi anni ha scritto le musiche per diversi film. Ma l'ascolto è piacevole.

Il disco si apre con il ritmo marziale del singolo "Burn the witch"", una critica al conformismo della società contemporanea. A parte l’assenza di chitarre, sembra un pezzo di Ok computer, soprattutto per il modo in cui canta Yorke.

Il pezzo successivo "Daydreaming" è una sorta di ballata lunare, che si regge sul pianoforte e sulla voce sussurrata di Yorke, dove alla tragedia esterna, lo stato di salute della Terra, si mescola quella interiore.

Il disco prosegue con una discreta varietà, da "Decks dark" alla semi-acustica di "Desert island disk" che rimandano ai Pink Floyd.

Uno dei brani di punta e che personalmente - per vari motivi - trovo il migliore è "The numbers", canzone di protesta ambientalista con un arrangiamento raffinatissimo e  un riff eccezionale, dove la voce di Yorke riecheggia limpidissima ricordando a tratti quella di Bono Vox.

Non manca poi "True love waits", un brano composto negli anni novanta e già proposto dal vivo, dunque conosciuto dai fans (e guarda caso composta - pare - dalla ex compagna del song leader).

Tirando le somme un disco di qualità, Thom Yorke e compagni o li si odia o li si ama, in ogni caso è una band che ci ha abituato che quando c'è di mezzo l'emotività non si possono avere mezze misure.

 

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