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Giu

LA DONNA CHE CANTA.

Pubblicato su "Un Fachiro al Cinema Magazine"

 

TRAMA

All’apertura del testamento della madre, fratello e sorella canadesi scoprono di avere un padre che credevano morto e un fratello di cui non conoscevano l’esistenza. Per ritrovarli dovranno affrontare un lungo viaggio in Medio Oriente alla ricerca delle proprie radici che li porterà a scoprire il torbido e terribile passato della mamma, così ombrosa ed enigmatica in vita.

 

RECENSIONE

Canada – Alla morte della madre Nawal ai gemelli Jeanne e Simon vengono consegnate  da un notaio due lettere. Una è destinata al padre che credevano morto e l’altra ad un fratello di cui non conoscevano l’esistenza. Le ultime volontà della madre  sono quelle di ritrovare padre e fratello e consegnare personalmente le missive. Jeanne, giovane matematica la cui mente razionale ha una spiegazione logica per tutto,  intraprende senza esitazione un lungo viaggio a ritroso che si intreccia con la storia di sua madre da giovane, attraversando luoghi della sua terra di origine a lei sconosciuti. Insieme al fratello riuscirà, mettendo insieme i pochi indizi (un piccolo crocifisso e un passaporto) e numerosi tasselli, a  ricostruire il doloroso passato della mamma. Attraverso flashback continui le vicende delle due donne si sovrappongono, come due rette parallele di una formula matematica  che, pur non incontrandosi mai arrivano allo stesso punto. Il tutto viene – credo volutamente – rimarcato dalla  marcata somiglianza tra le due attrici.

 

La pellicola è ambientata – anche se non viene espressamente dichiarato – nella terra tormentata del Libano, sconvolta da anni di guerra civile, ma potrebbe trattarsi di una qualunque altra nazione  dove sono in atto conflitti e atrocità, tra distese di cemento e polvere mescolata a sangue. La trama, inizialmente indecifrabile, si sviluppa via via alimentandosi di dubbi e domande senza apparente risposta, sino a rivelare che il comportamento incoerente e ombroso di Nawal, in realtà era giustificato da un’esistenza densa di sofferenze. La storia viene svelata: la cristiana Nawal viene ripudiata dalla famiglia per aver amato un musulmano e il figlio che partorisce (il fratello che non conoscono) le viene sottratto subito dopo il parto. Parte allora alla ricerca del figlio perduto ma viene travolta dagli orrori della guerra, dalla violenza e dalla morte che la circonda. Lei, un tempo fervente pacifista, si schiera contro i nazionalisti e uccide un importante leader politico cristiano. Viene rinchiusa nella famigerata prigione di Kfar-Ryat, dove resta per 15 anni subendo torture e violenze. In carcere non si è mai piegata ai suoi aguzzini, tanto da essere soprannominata da tutti  “la donna che canta”, perché cerca di mascherare la sua sofferenza con il canto. Fino a giungere all’inaspettato e crudele finale che svela ai due ragazzi che fratello e padre sono la stessa persona.

 

 

 

“La donna che canta” è un teorema matematico, una storia che parla di amore materno, uno spaccato della società mediorientale, sulla violenza e sui dissidi religiosi e politici. E’ un percorso che esplora le proprie origini passando attraverso ricordi dolorosi, fatti di filo spinato e  spietati cecchini e che, anche attraverso rivelazioni scioccanti, può portare un senso di liberazione chiarificatrice.

 

La trasposizione cinematografica trae spunti dalla vera storia di Souha Fawaz Bechara e da  episodi  della guerra civile libanese. Il film, superbamente diretto dal canadese Denis Villeneuve (Polytechnique, Prisoners), è ispirato alla pièce teatrale “Incendies” del drammaturgo di origini libanesi Wajdi Mouawad ed ha vinto svariati premi (tra i quali miglior film canadese al Toronto International Film Festival e la candidatura agli Oscar 2011 come miglior film straniero). La divisione in capitoli, ognuno dei quali titolato,  permette alla trama di snodarsi molto bene nello spazio temporale, percorrendo luoghi diversi sia geograficamente che per identità storica e situazione politica.

La scena più intensa ma allo stesso tempo inquietante del film è quella iniziale che si apre su di un campo di ulivi, come sottofondo le splendide note di “You and Whose Army” dei Radiohead (dall’album Amnesiac del 2001). La camera del regista si dirige lentamente verso l’interno di una casa diroccata inquadrando gli sguardi spaventati di bambini che vengono preparati per la loro iniziazione alla guerra da alcuni miliziani.  Poi indugia  e si sofferma a lungo su di un bambino che, mentre viene rasato, fissa insistentemente l’obiettivo. Quello sguardo fisso in macchina riesce a riassumere in pochi minuti tutta la tragedia dei popoli medio orientali, o di chi provenga da nazioni martoriate divise da violenti conflitti e soprusi. E’ straziante perché sembra farsi carico di tutta l’angoscia di un’infanzia violata, è uno sguardo  svuotato di qualunque dolcezza infantile, che cela rancore, proprio perchè sta perdendo così prematuramente l’innocenza. E’ conscio di ciò che lo aspetta e sembra promettere vendetta.

 

 

 

Il regista Villeneuve è abilissimo nella rappresentazione del dolore profondo, ogni centimetro della pellicola è intriso di odio verso la guerra, e quello sguardo di bambino è talmente dilaniante che arriva ad avere una potenza ancor più devastante di spettacolari scene di battaglia hollywoodiane.

 

“La donna che canta” non è solo un film che mette in fila scenari di morte e  torture inflitte senza apparente pentimento, è molto di più. E’ la rappresentazione, portata in scena in modo magistrale ed assolutamente autentico dall’attrice belga Lubna Azabal, dell’infinito amore materno, del complesso rapporto madre-figli. Lubna interpreta con innegabile talento recitativo, molto intenso e mai sopra le righe, il ruolo di una donna piegata dalla rabbia per le sofferenze e le ingiustizie subite che hanno lasciato sul suo volto i segni di un dolore troppo immenso per trasfigurarsi in perdono.

Nawal, come ogni vittima di atroci barbarie, ad un certo punto finisce per nutrirsi dello stesso odio di cui è stata vittima, quasi come se l’unico atto di ribellione fosse la vendetta, che diviene sempre più pulsante a mano a mano che ci si avvicina al cuore della storia: lo strazio della perdita di un figlio, uno dei dolori più grandi per una madre,  appare inaccettabile e orgoglio e dignità non  sono sufficienti contro il timore della lontananza  definitiva. Ha intrapreso una ricerca senza sosta pur di ritrovarlo ma non vi è riuscita, ed ha riversato la sua protezione sugli altri due, portandoli lontano da quelle terre insanguinate. Li ha protetti da quel passato doloroso,  finchè non ha capito che questo non poteva più essere taciuto perchè nascondeva problemi irrisolti. E col tempo riesce anche a perdonare, e lo fa  attraverso le lettere che consegna al marito e al figlio. E’ lì che si svela l’umanità di Nawal, quasi una madre courage, che ad un certo punto si era persa lasciando il posto alla vendetta, ma che poi accetta il suo destino rompendo quella catena di odio che non vuole lasciare in eredità ai figli. Proprio come la terra del Libano, del Medio Oriente, o di un qualunque altro paese martoriato dalla guerra, che ha partorito dal proprio ventre sia il seme della violenza che quello della speranza. Ho l’impressione che all’acqua – le piscine dove nuotano Jeanne e Simon – venga attribuita una valenza di elemento purificatore, quasi a voler ricreare una sorta di protettivo utero materno.

 

“La donna che canta” è un film di altissima tecnica registica e fotografica e picchi di eccellenza nella recitazione di tutto il cast e in particolare – come già sottolineato – della bravissima Lubna Azabal, vincitrice del Premio Magritte come miglior attrice nel 2012. Un film straziante che per la sua crudezza ti entra fin nelle viscere più profonde.

A mio parere inattaccabile.

(di Agatha Orrico)