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The Delines – Colfax (2014 - Décor Records)

Pubblicato su Shiver Magazine il 18 settembre 2014

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The Delines:  Amy Boone, Willy Vlautin, Jenny Conlee, Sean Oldhame Tucker Jackson

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Quello dei The Delines sarebbe un debutto, se non fosse che questa 'superband' – così l'hanno definita i giornalisti - annovera tra le sue fila musicisti rodati da tempo e anche di un certo spessore. A partire dal suo mentore, Willy Vlautin, che oltre che front leader della band dei Richmond Fontaine è anche scrittore di rara sensibilità (cominciando da “Motel life” che ha ispirato un film fino all'ultimo “The Free”, premiato dalla critica letteraria).

L’album da poco uscito su Decor Records si intitola “Colfax”. Pare che l'intero progetto - la formazione della band, la scrittura dei testi e delle basi musicali - sia stato costruito attorno alla voce calda e suadente della cantante, la texana Amy Boone, proveniente dal gruppo The Damnations TX. Vlautin ne rimase ammaliato (“il carattere interpretativo, quel retrogusto smielato della sua voce”) nel 2012 e decise di crearlo pensando a lei. Oltre alla Boones il super-gruppo include Sean Oldham dei già citati Richmond Fontaine, Jenny Conlee dei Decemberists e Tucker Jackson dei Minus 5.

Le sonorità appartengono alla scena soul-alternative-country; i testi esplorano la natura più profonda dell'America, quella delle sterminate e solitarie praterie; i protagonisti sono perlopiù anime fragili che di rado vedono la luce del giorno, la tipica gente del mid-west che macina polvere miglia dopo miglia, probabilmente la stessa che popola i libri di Vlautin. Tipi strani: gente di strada, cowboys, baristi, mamme single e tassisti che si muovono perennemente on the road. Note sussurrate che invogliano l'ascoltatore a tirare fino a tarda notte senza preoccuparsi di risvegliarsi la mattina con i postumi di una sbornia.

Motel bui accesi solo da luci al neon - vedi l'immagine di copertina – e storie in prosa spontanea alla Jack Kerouac che strizzano l'occhio alla beat generation. Insomma canzoni non certo prive di carattere.

La Boones è bravissima nel dar voce alla carrellata dei personaggi, spesso impregnati di paure e solitudine, concepiti dalla fervida penna di Vlautin. Riesce convincente sia nel ruolo della giovane moglie che piange un matrimonio fallito ("The oil rig at Night") che in quello della single di mezza età che tenta di fuggire all'oppressione famigliare ("State Line"). E le credi quando canta di speranze adolescenziali ("Wichita ain't so far away") o quando si immedesima in una donna anziana che perde la testa per un vagabondo ("He told her the city was killing him”) .

A una distorta ninna nanna ("Sandman's coming") fa seguito una languida "Flight 31", la toccante "I Got My Shadows" e le atmosfere fumanti di "Calling In". A chiudere il cerchio la final-track "82nd Street", che concede al narratore di sedersi a guardare sorgere il sole, e un altro giorno sta per cominciare.

Colfax” assembla probabilmente la più ampia collezione di canzoni scritte in una volta sola da Vlautin. Il progetto è ambizioso e si merita di raggiungere i piani alti della classifica americana, cosa che stranamente Vlautin non è ancora riuscito a fare.

Difficile condensare giudizi in poche righe quando si hanno davanti musica di gran classe, testi così densi, una così alta sensibilità. “Colfax” si conferma un'ottima prova d'autore, un disco perfettamente a fuoco da avere nei propri scaffali.

(di Agatha Orrico)