1
Set

HARVEST, IL CAPOLAVORO DI NEIL YOUNG CHE NEL 1972 GLI PERMISE DI BATTERE TUTTI. LEGGI LA RECENSIONE.

Neil-Young

(Harvest di Neil Young). Siamo nel 2015, la radio alterna brani di Giusi Ferreri a The Weeknd, e a me viene voglia di ascoltare un disco scritto oltre 40 anni fa. Correva l'anno 1972 quando la casa discografica Reprise dava alle stampe quel capolavoro indiscusso sotto il profilo artistico cantautoriale che è Harvest di Neil Young. «Certe notti la radio che passa Neil Young sembra avere capito chi sei» cantava Ligabue e subito riaffiorano ricordi di gite scolastiche scandite dal riff di "Oh oh Alabama". Quello si un must-have di stagione, altro che Lady Gaga.

"Harvest" è il 4° album di Neil Percival Young e venne realizzato con il contributo di Linda Ronstadt e James Taylor. E' lo snodo chiave e sintesi di una carriera artistica già avviata e in piena attività con il supergruppo Crosby-Stills-Nash and Young.

neil_young_-_harvest_-_front

La copertina del disco Harvest

L'infanzia in Canada a lottare contro diabete e poliomelite e i numerosi interventi dovuti a seri problemi alla schiena non impediranno al cantastorie canadese di costruirsi una solida carriera ancora attiva (è del 2015 l'ultima fatica The Monsanto Years, album-denuncia contro le multinazionali ogm americane).

*

Portabandiera ecologista, anti militarista e anti razzista da sempre, Young è - almeno per il momento - avverso a qualunque tentazione di essere alla moda. E' invece precursore di stili, come quando, pur senza abbandonare gli amati territori del country, inaugura la stagione del grunge inventandosi quello stile di chitarra distorto. Kurt Cobain nella lettera scritta prima di suicidarsi nel 1994 cita proprio un suo verso: «It's better to burn out than to fade away» (è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente).

Harvest è un lavoro illuminante che precede la così detta 'trilogia oscura', quella del periodo di profonda crisi dell'artista, causato dai problemi di salute e dalla scomparsa di numerosi amici-colleghi. E' numero uno in classifica raggiungendo il massimo successo di vendite - e scalzando Jethro Tull e Deep Purple - e consacra il cantautore a icona per gli artisti a venire.

Un disco autobiografico dai testi introspettivi, ma anche un atto di accusa che oggi diventa terribilmente attuale. L'immancabile armonica tanto caratterizzante di tutta la produzione neiliana fa da tappeto sonoro alle malinconiche ballate, assumendo un effetto catartico e purificatore sullo spirito di chi ascolta.

Il 'raccolto' (traduzione di Harvest) contiene perle come la straziante "Needle and the damage done" antesignana del genere, una delle più forti canzoni contro la droga. Descrivendo lo sprofondamento negli abissi di chi usa stupefacenti Young si rivolge a tutti quei musicisti che frequentava all'epoca, in primis l'amico Danny Whitten, che di lì a poco sarebbe morto proprio a causa dell'eroina. "I've seen the needle and the damage done...but every junkie's like a settin sun" (ho visto l'ago e il danno fatto...ma ogni tossico è come un sole che tramonta).

"Needle and the damage done" è stata amata e riproposta dagli artisti più svariati, da Pearl Jam a Red Hot Chili Peppers, da Dave Mattews a White Stripes, da Simple Minds a Pete Doherty.

Altra pietra miliare contenuta in Harvest è "Alabama", una dura condanna alla schiavitù dei neri in America del sud. Neil Young rinforza il concetto già elaborato ai tempi di "Southern Man" nel 1969 e diventa involontariamente il porta bandiera anti-razzista di un'intera generazione.

Il brano scatenò la reazione della band country rock dei Lynyard Skynyrd, che rispose con la provocatoria "Sweet Home Alabama", destinata a diventare una delle più famose canzoni on the road di tutti i tempi ("ho sentito il vecchio Neil umiliarti Alabama, beh spero che Neil si ricordi che un uomo del sud comunque non ha bisogno di lui"). Ma nonostante l'aperta critica il serafico Neil non sembrò prendersela, anzi non perse occasione di esternare in più occasioni la sua stima verso la band arrivando persino a riproporne una personale versione unplugged durante un concerto.

 

 

Mentre "A man needs a Maid" è un ridondante omaggio all'attrice e compagna Carrie Snodgress, altre indimenticabili tracce autobiografiche sono "Out on the weekend" ("see the lonely boy out on the weekend") e la romantica e lineare title track "Harvest".

E poi c'è la celeberrima "Heart of Gold", dove uno Young profondamente intimista intona "I’ve been to Hollywood, I’ve been to Redwood, I crossed the ocean for a heart of gold" (sono stato a Hollywood, sono stato a Redwood, ho attraversato l’oceano per un cuore d’oro).

Come abbia fatto questo folk-singer, da Harvest in poi,  a superare la mission impossible di cavalcare tutti questi decenni con quella vocetta cantilenante a tratti stonata non lo so, ma potrebbe essere stata proprio quella particolarità a distinguerlo dagli altri. E' innegabile che autori dalla personalità complessa, che possano permettersi di tralasciare almeno in parte la tecnica vocale puntando sui testi e sull'emotività, nascano raramente (Dylan... Lou Reed... Battisti...) .

Ed è ulteriore conferma della sua grandezza il fenomenale ritorno in scena lo scorso luglio con l'album The Monsanto Years (tornerò a parlarne presto)  dove il Nostro dimostra di avere ancora tanto da dire e soprattutto da denunciare, dopo anni modesti nei quali però il suo pubblico non l'ha mai dimenticato. E qualora questo fosse un congedo, per buona pace dei suoi detrattori, lo sarebbe in grandissimo stile.

Official Website