Originale pubblicato su rivista L&S Febbraio 2021

I fatti di cronaca che si sono susseguiti nel 2020 mi hanno portata a riflettere sulla violenza delle nostre società, e su quanto il maschilismo non solo abbia un ruolo determinante, ma che stia alla base di certe dinamiche. Basta analizzare le notizie, l’ho fatto raccogliendo i dati degli ultimi due anni riguardo a femminicidi e stupri in Italia, con una riflessione sulla prostituzione. 

In merito a quest’ultima, quello appena trascorso è stato l’anno della spaccatura definitiva all’interno dei movimenti femministi, tra quelli liberali e quelli più radicali. I primi parlano di livera scelta, rimarcando il concetto di libertà nel prostituirsi rischiando inconsciamente di avantaggire sfruttatori e clienti, i secondi puntano all’abolizione del sistema prostituente considerato come la forma di schiavitù più antica del mondo e opponendosi a pratiche come la GPA (utero in affitto).

“Una tragedia annunciata chiamata femminicidio” 

Nel 2020 l’Italia ha contato 71 femminicidi, erano 72 nel 2019 e 86 nel 2018. La percentuale di chi commette reato contro la partner, in riferimento al numero di abitanti sul territorio, si suddivide equamente tra autoctoni e stranieri (dove per straniero si intendono quei soggetti nati all’estero e residenti in Italia). C’è stato un aumento della violenza domestica durante le restrizioni in casa nel periodo Covid. In aumento gli stupri e il revenge porn. Mentre il femminicidio è quasi sempre perpetrato da un conoscente/compagno, lo stupro è un crimine che nel 90% dei casi viene commesso da estranei; qui la proporzione tra stranieri e autoctoni è maggiore nei primi (60/64% – 40-36%). 

Un piccolo passo in avanti è stato fatto in sede processuale, dove i tempi medi per arrivare alla sentenza si sono notevolmente accorciati (si è arrivati alla condanna nell’arco dell’anno) e con un aumento significativo di ergastoli (ad oggi sono 8 gli ergastoli definitivi su casi nel 2019). I femminicidi (spesso abbinati a figlicidi) devono entrare urgentemente nell’agenda quotidiana dei progetti politici di qualunque schieramento al governo per attuare un piano di prevenzione, agevolando una politica che metta al centro del dibattito il lavoro femminile e il rispetto verso le scelte delle donne.

 

“Il linguaggio sessista” 

Ha ragione il filosofo Lorenzo Gasparrini quando afferma che il sessismo inizia dal linguaggio: è esattamente un linguaggio volgare, rancoroso e schierato quello che leggo quotidianamente sui social, e il linguaggio sessista ha fatto da apripista a tutti gli altri sottogeneri scatenando una sorta di tribalismo che fa perdere lucidità di pensiero anche a chi crede di essere nel giusto. L’anno appena trascorso ha riproposto la solita carrellata di corpi femminili esposti nelle pubblicità, e dei soliti luoghi comuni. Ci sono stati programmi sospesi e campagne pubblicitarie ritirate. Ultimo in ordine di tempo il caso del giornalista americano Alan Friedman, che con un tempismo sospetto ha aspettato che avesse già un piede sull’aereo per definire la ex first lady Melania la escort di Trump. L’intento di un “buon” misogino si vede quando, per colpire il marito, si attacca la moglie sul piano sessuale. Lo fanno in molti, non è certo una novità quella di colpire donne in vista apostrofandole con epiteti a sfondo sessuale. Quando sdoganiamo un linguaggio o un comportamento sessista – peggio ancora se a farlo è un rappresentante dell’audio visivo o della carta stampata con un suo seguito – si sta favorendo una discriminazione. E la discriminazione può avere tante altre sotto facce, come l’omofobia, l’abilismo, il razzismo, tutte collegate tra loro, ecco perché mi sono convinta che contrastando il sessismo miglioreremmo le nostre società dalla base.

“La narrazione del fatti in base alla preferenza politica”

L’ultimo femminicidio del 2020 e il primo del 2021 sono stati commessi entrambi da uomini stranieri. Questo particolare non deve servire per puntare il dito contro le minoranze ma semplicemente per sottolineare che il predominio maschile non ha etnia. Va anche sottolineato  come quando ci sono di mezzo stranieri la narrazione dei fatti diventa ancora più fuorviante e, ad andarci di mezzo, è sempre la vittima. 

Sia per l’uccisione di Agitu Gudeta che per quella recente di Victoria Osagie si riscontra una speculazione sulla vittima che diventa funzionale al proprio orientamento politico di riferimento, che è poi il grande abbaglio che finisce per alimentare la questione razziale. Che si tratti di vittima o di carnefice, ogni volta che succede un fatto grave parte la ricerca spasmodica di dettagli che non servono a chiarire le dinamiche del fatto ma ad affondare l’avversario politico. Che si parli di stupro, di omicidio o di aggressione, si crea subito un recinto identitario dove poter vivisezionare i protagonisti dividendoli in base a una categoria di appartenenza: l’autoctono e lo straniero. Vediamoli nel dettaglio:

Caso 1: vittima autoctona/straniera – carnefice straniero 

Slogan: prima gli italiani, basta con l’immigrazione incontrollata. 

Anche se il carnefice fosse nato in Italia (quindi sarebbe a tutti gli effetti italiano) si indagherà fino alla settima generazione per poterlo apparentare a qualche etnia o minoranza. Si prediligeranno termini impropri quali “clandestino” e “immigrato”. Si evidenzierà una disparità culturale, sottolineando che lo straniero ha indole delinquenziale; partiranno le critiche verso le Ong e si parlerà di una mancata integrazione culturale, che si tratti di prime seconde o quattordicesime generazioni, altro che ius soli. Interessante notare come la sinistra e i suoi seguaci (o se preferite coloro che si definiscono “anti-razzisti”) riporteranno la notizia molto superficialmente o addirittura ignorandola del tutto sperando cada nel dimenticatoio. 

Caso 2: vittima italiana/straniera – carnefice autoctono 

Slogan: “italiani brava gente”, “siamo un popolo di xenofobi razzisti”, “meritiamo l’estinzione”. L’autoctonia del carnefice verrà rimarcata, l’italiano diventerà “italianissimo” e offrirà il pretesto alla narrazione degli opposti: gli italiani sono peggio degli immigrati, il vero nemico è in casa nostra. Si tenterà in ogni modo di sfruttare la matrice razzista del delitto, si farà l’elenco di ogni caso simile per rimarcare il concetto e ponendo ogni autoctono di fronte a una crisi di identità. La sinistra riposterà l’articolo degli italiani che fanno turismo sessuale. Saranno la destra e i suoi proseliti stavolta a starsene in disparte sottovalutando il fatto e pregando che venga dimenticato al più presto. 

Ci sono due punti che accomunano queste due tifoserie apparentemente lontanissime: il primo è che i carnefici sono tutti uomini, il secondo è appunto la strumentalizzazione dei protagonisti da usare come pedine inanimate sullo scacchiere dei propri ideali e la malcelata sensazione di trionfo che si evince dai commenti nello scoprire che il carnefice ha esattamente il colore di pelle che ci aspettavamo (tra l’altro dispiace che entrambi, attraverso questa divisione per colore, non facciano che rafforzare la questione razziale)

In questi racconti viene penalizzata nuovamente la vittima che passa in secondo piano perchè ogni tassello deve essere funzionale nel rafforzare la propria teoria che servirà a confermare tutta una catena di pregiudizi e generare quella che io chiamo “la guerra dei social”: un’isteria collettiva fatta di screenshot, shitstorm e altre anglofonie che dietro alla solidarietà nasconde in realtà un intento vendicativo verso colui che consideriamo “l’altro”. 

Una volta stabilito che alla vittima questa statistica che contrappone stranieri ad autoctoni non interessa minimamente, dovremmo domandarci qual è il grande problema che affligge i nostri tempi, che è poi la matrice della maggior parte dei crimini verso la persona. Si chiama violenza maschile, lo so suona brutto, ma è così.

“La mascolinità tossica”

Se ci soffermiamo ad analizzare anche solo gli ultimi casi di cronaca, dovremo ammettere che i delitti verso la persona – che siano maschi o femmine – deriva tra il 94 e il 97% da maschi. Per restare all’anno appena trascorso, il terribile caso di Caivano (Paola e Ciro) ci ha mostrato un maschio che è il prodotto di un’educazione familiare e sociale sessista e chiusa, che si crede guardiano e tutore di sua sorella e della sua sessualità. 

Il crimine di Colleferro (Willy Monteiro) ha posto sotto ai riflettori un modo tossico di intendere e vivere la virilità maschile, intesa come sopraffazione violenta, nella quale la debolezza fisica, e in taluni casi le origini etniche, rappresentano disvalori. 

In entrambi i casi è lo stesso tipo di sopraffazione che si usa negli stupri, dove la donna viene immobilizzata, picchiata, abusata, umiliata, dominata.  

E a proposito di stupri. Prendiamo il caso più recente, quello di Alberto Genovese, l’imprenditore che ha violentato una ragazza (e probabilmente altre) nel suo attico, che si fa forza della sua posizione e della sua ricchezza per abusare e torturare. La brutalità di quella violenza rivela un’insicurezza spaventosa: la vittima è stata drogata a più riprese, fino a perdere i sensi. Perchè? Stesso modus operandi nel caso dello stupro su Agitu Gudeta dove, al posto della droga, è stato usato un martello per tramortirla. Cosa spinge un uomo a eccitarsi, a masturbarsi e a penetrare un corpo agonizzante, quasi inerme? Un delirio di onnipotenza, una forma estrema di umiliazione della donna sottomessa.  Vale anche la pena di ricordare il caso gravissimo di un operatore sanitario che ha abusato di una ragazza disabile che ora aspetta un bambino; il tutto reso ancor più inquietante dal fatto che accadeva in un luogo che dovrebbe essere protetto. 

Lo stupro è una forma di violenza inaudita e una forma di possesso e di prevaricazione che nasconde in realtà una forte impotenza sessuale. Non è un caso che molti stupratori siano grandi fruitori di pornografia, dove la rappresentazione dell’uomo è sempre quella del dominante. Il femminismo radicale del quale accennavo in apertura considera la prostituzione uno stupro a pagamento: eliminando la transazione monetaria l’atto di chiedere prestazioni svilenti e dolorose che altre donne rifiuterebbero significherebbe per il maschio non poter disporre a piacimento di quel corpo.

 

“Può il maschio aiutare il femminismo nella lotta alla parità?” 

Non serve ripetere ogni volta che non tutti gli uomini sono prevaricatori (“not all men”) e che il femminismo non va visto come una lotta donne vs uomini. Sappiamo bene che esistono donne litigiose e competitive, ma raramente si arriva all’omicidio e alla violenza fisica, di certo non nei numeri spaventosi che coinvolgono le donne. Un marito che ammazza sua moglie perché lei ha chiesto la separazione è una persona cresciuta in un contesto patriarcale dove la donna è vista come una proprietà e non come un individuo a sé stante. Se vogliamo progredire dobbiamo ammettere che il problema è un certo tipo di maschio che scinde ancora i due ruoli, che vede l’altro sottomesso, è quello il filo conduttore che ruota attorno alla quasi totalità della violenza che ci circonda. 

Leggendo ogni giorno – anche sulla stampa estera – di casi di pedofilia, di femminicidi, di stupri, risse, di incidenti provocati, di attentati, di episodi nei quali perdono la vita anche uomini…è lampante che in nessuno di questi casi la violenza arrivi dalle donne (siamo in una percentuale del 94-97% contro un 6-3%). 

Sono maschi quelli che impediscono a una donna di passeggiare la sera indisturbata, quelli che fanno le risse fuori dai locali o che si masturbano sui treni. Erano maschi quelli che hanno stuprato le povere turiste inglesi in vacanza ed era un giovane maschio quello che si è introdotto in casa di un’anziana di quasi 90 anni stuprandola. Sono maschi quelli in divisa che sparano a sangue freddo, che soffocano, che usano la loro potenza fisica per sopraffare, che insultano e picchiano i trans e gli omosessuali, che sparano per strada a “uno a caso”. Sono maschi quelli che hanno fatto fiorire la prostituzione e l’industria pornografica. Sono maschi la maggior parte degli estremisti religiosi e degli attentatori. Sono maschi i pedofili. E sono sempre maschi quelli che tengono le mogli chiuse in casa, che non le concedono di guidare senza la loro supervisione, che tagliano la testa nel sonno alle figlie troppo “emancipate” e potrei continuare fino a domani. 

 

Ecco perché un’istruzione civica in tal senso deve diventare una priorità sociale condivisa. 

 

Servono al nostro fianco uomini che ascoltino le donne senza parlare al posto loro. Uomini che ripetano ai loro figli, fratelli, amici e colleghi nelle palestre, nei bar, nei circoli e nei luoghi di lavoro che i veri uomini non sono quelli che prevaricano con la forza. Servono uomini che intervengano di fronte a frasi sessiste, quando assistono a violenza. 

Credo dovrebbero essere proprio i maschi a lavorare per attivare nei loro simili un cambiamento di mentalità, per riscoprire una sessualità sana, per valorizzare una virilità che non sia stereotipata e una forza fisica che serva eventualmente a proteggere e non a sopraffare. Oltre a condannare e punire, l’unica soluzione che ci rimane per contrastare la violenza è quella di prevenire. 

(di Agatha Orrico)

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Agatha Orrico

Agatha Orrico è una freelancer formatasi professionalmente presso la storica rivista Storie Leconte di Roma. Ha collaborato negli anni con diverse testate giornalistiche tra le quali Il Fatto Quotidiano, Il Manifesto, The Post International, Left. Pubblica articoli di ricostruzione storica e reportage per la rivista cartacea L&S di Torino. E' traduttrice (inglese e tedesco), editing e correttrice bozze. E' portavoce del Collettivo Donne contro le Violenze.

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