(considerazioni personali)

Chi sono io per dare consigli, per capire cosa si potrebbe fare per aiutare un territorio le cui ferite sono ancora lancinanti? Nessuno. Suonerebbe arrogante.

Però il “mestiere” di scrivere mi ha insegnato una cosa: non basta descrivere, documentare, non basta emozionarsi, alla fine bisogna cercare di fare un passo oltre: mettere insieme delle soluzioni.

La prima cosa alla quale si pensa di fronte ad un evento dalla portata distruttrice sono i soldi, spedire soldi. Eppure i soldi ci sono ma restano a lungo bloccati nelle maglie della burocrazia. Inoltre i soldi, se usati male, non possono rappresentare l’unica risposta.

Il terremoto del centro Italia è l’esempio lampante di una burocrazia lenta e complicata, e difatti da mesi e mesi i sindaci invocano una semplificazione delle procedure per interventi urgenti. I cantieri sono pressochè fermi per mancanza di risorse umane, e ci sono ancora macerie da rimuovere.

La prima cosa da realizzare è un piano non urgente ma urgentissimo di ricostruzione, partendo dalla sistemazione degli edifici non rasi al suolo ma pericolanti e già messi in sicurezza, e questo sarebbe un passo avanti per consentire a molte famiglie, dopo 3 anni, di rientrare finalmente nelle proprie case.

Nocciolo della questione credo vada anche ricercato nell’alternanza dei governi che si sono avvicendati negli ultimi anni, da Renzi, passando per Gentiloni e fino a quel Salvini che tanto aveva promesso “prima gli italiani” lavandosene poi le mani e lasciandoli al loro destino di abbandono. E questa mancanza di continuità degli interlocutori ha notevolmente rallentato i processi di pianificazione di un progetto comune ostacolando un massiccio intervento ed una prospettiva con un’unica linea da seguire. La lentezza e le complicazioni della burocrazia italiana hanno fatto il resto. Com’è possibile che non ci sia ancora un “decreto terremoto”?

I soldi, come abbiamo detto, ci sono, ma in questo continuo avvicendamento di amministratori tutto rimane arenato causando ritardi inconcepibili.

É tempo che le parole spese dai vari politici accompagnati da passerelle con selfie davanti alle rovine di Amatrice e dintorni lascino il posto alla fase operativa attraverso una sola linea da seguire. É tempo di passare ai fatti, ed è urgente farlo perché lo spopolamento, comprensibilmente da parte soprattutto dei giovani, è in atto.

Credo sia opportuno considerare ogni sisma come un evento a sé, differente dagli altri: inutile riproporre gli stessi schemi, perlatro fallimentari – adottati in altre aree, non si può prescindere dal territorio, dalla sua morfologia e dai bisogni dei suoi abitanti.

Un altro aspetto fondamentale è quello di portare investimenti nelle aree disagiate per creare lavoro, evitando così di trasferire tutte le risorse umane al di fuori dei loro paesi.

Che io sappia l’unico imprenditore che è venuto ad investire in queste zone è stato Diego Della Valle, che ha costruito un piccolo stabilimento Tod’s ad Arquata del Tronto, l’ho visto e posso testimoniare che è stato fatto. Peccato non sia stato imitato da altri. Come disse il Presidente Sergio Mattarella, presente all’inaugurazione, sarebbe un bell’esempio da seguire per altri imprenditori, quello di impegnarsi nel sociale senza fare politica, ma facendo impresa e dando lavoro alla gente del posto, che ne ha davvero bisogno, perché ogni popolo, senza il lavoro, occuperebbe la propria terra per un istinto del cuore, ma senza la ragionevolezza di potersi costruire un futuro dignitoso.

Mi auguro che la ricostruzione tenga conto dell’autentico che c’era, per non dispendere quello che è il cuore di ogni comunità: il patrimonio artistico culturale, che rappresenta, prima ancora dei condomini, l’identità e l’anima profonda dei borghi e ne irrobustisce l’unità. Le new town, luoghi provvisori e di emergenza, non potranno mai dare quel senso di “casa” che significa appartenenza, sacrificio, identità, ma di questo passo, come già accaduto in altri luoghi, rischiano di diventare una situazione abitativa permanente.

Gli abitanti di queste zone minacciano ora una mobilitazione permanente finchè non si partirà con questa benedetta ricostruzione in tempi veloci.

Il turismo solidale aiuta queste zone a mantenersi vive. Andiamo nelle zone terremotate, pranziamo, visitiamo, compriamo. E soprattutto parliamo con le persone. La solidarietà è un bene per l’anima. Io lascio Amatrice e i suoi dintorni con gratitudine, con un grande insegnamento di vita ricevuto e con la promessa di ritornare senza disinteressarmi della sua meravigliosa, ospitale, fiera, dignitosa gente.

(di Agatha Orrico)

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Categorie: AMATRICE

Agatha Orrico

Agatha Orrico è una freelancer formatasi professionalmente presso la storica rivista Storie Leconte di Roma. Ha collaborato negli anni con diverse testate giornalistiche tra le quali Il Fatto Quotidiano, Il Manifesto, The Post International, Left. Pubblica articoli di ricostruzione storica e reportage per la rivista cartacea L&S di Torino. E' traduttrice (inglese e tedesco), editing e correttrice bozze. E' portavoce del Collettivo Donne contro le Violenze.

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