Tra il 1974 e il 1975, dopo undici anni di guerra civile ed in ritardo rispetto all’emancipazione di altre nazioni africane, le colonie portoghesi Mozambico, Angola, Guinea Bissau, Capo Verde e le isole di Sao Tomé e Principe ottennero finalmente l’indipendenza. Il Portogallo, nazione che possiamo collocare all’origine della conquista dell’Africa dal XV secolo, aveva alle spalle una lunga storia di conquiste in Oriente, nel Mar Rosso e perfino in Giappone.

Fu grazie alle sue colonie che il piccolo stato portoghese si trasformò in una potenza mondiale e si crogiolò per anni nella sua grandezza imponendo con perseveranza l’immagine di missioni che si ostinava a definire civilizzatrici. Fu forse per contrastare questa sfrontatezza di “nazionalismo imperiale” che si svilupparono le prime manifestazioni di indipendenza negli stati colonizzati che videro nei fratelli Cabral della Guinea i principali protagonisti.

Il regime portoghese aveva maturato in sé la contraddizione di un desiderio di civiltà multirazziale attraverso la presenza di un vasto meticciato. Per portare avanti questa strategia, nel 1951 vennero corretti tutti i documenti ufficiali, sostituendo il termine di “colonia” con quello di “provincia d’oltremare”, e tentando di canalizzare l’emigrazione portoghese verso queste stesse colonie sviluppandovi infrastrutture e favorendo investimenti. Di fatto alla vigilia dell’indipendenza, anche se l’Europa restava la terra di accoglienza privilegiata dei migranti dalle ex colonie, si potevano già contare più di trecentomila portoghesi in Angola e circa duecentomila in Mozambico.

I primi disordini scoppiarono nel febbraio 1961 con le azioni condotte contro le prigioni e le caserme dell’Angola. L’allora dittatore portoghese Salazar decise a quel punto di agire rapidamente adottando una politica intransigente, basata su un netto rifiuto verso qualsiasi negoziato. Una politica che restò un punto fermo del regime fino alla sua caduta nell’aprile 1974 e che trascinò il Portogallo in una guerra di undici anni.

Artecifi della lotta verso l’indipendenza furono i fratelli Luis e Amilcar Cabral, in particolare quest’ultimo, che si trasformò in uno dei più importanti ideologi e politici dell’intero processo di decolonizzazione africano.

                     Amilcar Cabral

Nato nel 1924 nella Guinea portoghese, si trasferì a Lisbona per studiare agronomia, entrando inevitabilmente in contatto con diverse organizzazioni filo-marxiste favorevoli all’indipendenza del suo Paese. Rientrato in patria nel 1952, maturato ormai un dissenso senza ritorno nei confronti del regime portoghese, fondò il partito clandestino PAIGC (Partito africano per l’ indipendenza della Guinea e Capo Verde) insieme al fratello Luis e ad Aristides Pereira, che diventarono poi futuri presidenti rispettivamente delle Repubbliche della GuineaBissau e di Capo Verde.

Superata la clandestinità il PAIGC riuscì a radicarsi sul territorio e Cabral ne approfittò per estendere la propria influenza verso i paesi confinanti. Fu molto importante, a tal proposito, il lavoro certosino di Cabral nell’insegnare le tecniche di coltivazione apprese a Lisbona alla popolazione autoctona: questo avrebbe garantito una parziale emancipazione dal gioco coloniale e assicurato ai suoi militari l’approvviggionamento costante di viveri. Tutto ciò portò in breve tempo ad un deprezzamento dei negozi gestiti dai portoghesi in favore dei mercati itineranti lungo il paese. Decisivo fu inoltre l’appoggio della Russia e della Svezia, due paesi “amici” che inviarono medicinali a sostegno della rivolta guineense durante tutto il conflitto.

“Se è vero che una rivoluzione può fallire anche se basata su teorie perfette, tuttavia nessuno ha ancora fatto una rivoluzione vincente senza una teoria rivoluzionaria” fu il motto di Cabral e dei suoi, che portarono avanti una guerriglia costante e capillare sul territorio.

Cabral con Castro

Ma se gli africani trovarono i loro alleati, i portoghesi non furono da meno e ricorsero al sostegno degli USA, tentando – come al solito – di far passare il conflitto come un bisticcio fra tribù. Nonostante il ricorso perfino alle armi chimiche, il Portogallo contò cinquemila morti e cinquantamila tra feriti e gravemente mutilati, sino a restare isolato dai parners che avevano ben altre gatte da pelare (vedi Vietnam). Papa Paolo VI si schierò apertamente dalla parte dei leaders indipendentisti accogliendo una delegazione presso la sede pontificia. Cabral godeva di popolarità, stima e consensi, anche se qualcuno lo definiva un terrorista che, pur di andare per la sua strada, non si fermava a contare i morti lasciati dietro di sé: ma si sa, le rivoluzioni sono anche questo.

E arriviamo al 20 gennaio del 1973. Era sera e Cabral si stava dirigendo con la sua auto verso casa insieme alla moglie. A quel punto un uomo, che verrà fermato ed identificato col nome di Inocencio Kani, bloccò il convoglio e aprì il fuoco uccidendo il rivoluzionario. Kani era un attivista dello stesso PAIGC fondato da Cabral, ed era in compagnia di altri membri di partito. Le circostanze dell’attentato non furono mai chiarite in modo limpido, ma è verosimile che Kani fosse stato manipolato e sostenuto anche dai vertici portoghesi, convinti che la lotta di Cabral avrebbe annientato definitivamente la loro avventura africana.

Inocencio Kani

Certo è che in molti hanno tramato nell’ombra, partecipando indirettamente alla spietata uccisione del grande panafricanista: lo stesso Presidente Sèkou Turè, qualche giorno dopo la cattura di diversi indiziati, ne ordinò l’immediata scarcerazione, tanto che venne sospettato anni dopo di essere stato al corrente del complotto di aggressione, per il quale comunque in pochi hanno pagato. L’assassinio di Cabral anticipò di pochi mesi l’agognata indipendenza che avrebbe rinominato lo stato liberato in Guinea-Bissau, ucciso ad un passo dal raggiungimento dell’obiettivo di tutta la vita.

                                                  I funerali di Cabral

La decolonizzazione portoghese si concluse con una serie di profondi traumi e numerose incertezze circa l’avvenire di questi paesi, consegnandoli ad una crescente povertà sotto l’influenza sovieticocubana e poi martoriati da lunghe guerre civili che continuarono fino agli anni Novanta. Per i cinquecentomila portoghesi insediatisi nelle ex colonie non rimase che rientrare con la coda tra le gambe. I “retornados o desalojados”, così vennero chiamati, arrivati a bordo delle caravelle ora ripartivano a bordo di pescherecci (salvo poi rientrarci anni dopo, ma questa è un’altra storia).

La barbara vicenda che ebbe come epilogo e vittima eccellente lo statista guineiano non va vista come caso isolato o accidentale, bensì come punta dell’iceberg di ciò che è accaduto all’interno di molti movimenti indipendentisti, partiti politici e stati africani dagli anni ’60 in poi: una sconfitta che va al di là dei singoli fatti e delle sue conseguenze dirette. Negli anni successivi alle indipendenze in molti stati africani che risorgevano dalle ceneri della colonizzazione, le vecchie élite etnico-tribali e le nuove élite costituite dagli impiegati pubblici delle amministrazioni coloniali si erano unite, poi divise, combattute e tradite reciprocamente per ottenere il controllo del potere politico e delle risorse economiche Lo scopo dei movimenti e dei partiti politici ambivano unicamente a sopraffare i propri rivali cercando di monopolizzare il potere, creando un sistema di governo personale e promovendo il culto della loro ingombrante personalità. Una volta espulso il nemico occidentale, seppur spesso rimasto subdolamente sempre dietro le quinte, non si riuscì a riacquistare definitivamente le redini dei propri Paesi. Nella storia della politica africana i casi di tradimento fra compagni di partiti o movimenti politici, l’annientamento dei partiti d’opposizione o la manipolazione dell’identità etnico-tribale per purgare gli avversari e per consolidare il proprio potere sono diventati una costante nel tempo. L’uccisione di grandi personalità come Cabral, proprio come quelle di Lumumba e Sankara, stroncò anche il sogno di trasformare le ex colonie in stati sovrani forti e prosperi, capaci di stabilire un rapporto di parità con il resto del mondo.

di Agatha Orrico

Pubblicato sull’inserto “Storie d’Africa-che l’Occidente non conosce” mese di marzo 2019

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Agatha

Giornalista free-lance Web Journalism Editor e Correttore bozze Collaborazione con rivista letteraria Storie - Roma Recensione dischi e Live per Magazine Shiver Un Fachiro al Cinema Magazine critica cinematografica Articoli viaggio per casa editrice Viaggi Milano

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