10 Aprile 2020 – La scrittrice Bamboo Hirst si è spenta oggi a Londra a 80 anni, lasciando che qualche ruga appena solcasse il suo nobile volto. Nata nel 1940 a Shanghai con il nome di Rose Marie Minella, la mamma era una cantante cinese di etnia miao mentre papà un diplomatico italiano, chiamato da tutti Minella il veneziano. Quando è adolescente il destino si mette in mezzo e, a causa della pericolosa situazione politica cinese, viene allontanata dalla patria natia e spedita in Europa. La giovane, che ha solo 13 anni, dopo un estenuante viaggio durato ben settanta giorni a bordo di una nave greca, approda miracolosamente, da sola, al caotico porto di Napoli in piena notte. Come dichiarerà più tardi in un’intervista “ho fatto il viaggio con un’unica compagna di viaggio: la mia valigia”.

Ha inizio quel giorno la sua seconda vita, che non si prospetta ai suoi occhi esattamente come una favola: i primi anni trascorsi nel convento di Acquiterme, la ricerca del padre nel frattempo rispedito in Italia e la fine definitiva del matrimonio dei genitori, accellerato dalla forte intolleranza che la coppia deve subire nell’ambiente di Shanghai in quanto coppia mista.

Ma per trovare altri dettagli su quel periodo bisogna leggere il suo libro più famoso, il memorabile Blu Cina, dove affronta, forse anche in maniera romanzata, le tappe della sua vita.

 

Poi arriva il trasferimento a Milano e qui avviene la metamorfosi: Rose Marie lascia il posto a Bamboo, in onore di un libro di Grazia Deledda, mentre il cognome diventa quello del marito inglese, Hirst. Qui, tra un libro e l’altro, oltre a lavorare come modella, si occupa di pubbliche relazioni nel campo della moda e acquisisce un ruolo di spicco nell’alta società italiana. Forse lavorare in quell’ambiente ha accentuato in lei quell’attitudine già innata dell’eleganza e della classe che contraddistingue da sempre, ai miei occhi, le donne di origine cinese.

Nel percorso personale, forte della sua doppia cultura, rivela un’identità aperta alle contaminazioni pur senza dimenticare mai le proprie origini. Quel suo appartenere a due emisferi opposti che paiono apparentemente distanti ma che si avvicinano nella scrittura, è forse un sentimento che si apparenta a tanti figli nati in Oriente e cresciuti in Occidente. La scelta narrativa di scrivere le sue opere in italiano parlando molto della realtà cinese potrebbe essere proprio il segno di questa dualità.

“In Cina l’euroasiatico è considerato l’amalgama di due semisfere, quella d’Oriente e quella d’Occidente, perpetuamente in bilico tra questi due mondi, perpetuamente lacerato da due poli, il principio dello Yin e il principio dello Yang” sono parole sue.

Hirst condivide allora con il lettore quel senso di bilico, che va dall’abbandono della Cina e l’arrivo in Italia, al matrimonio e alla fulgida carriera, prima del trasferimento a Londra, proprio nel romanzo d’esordio del 1986, Inchiostro di Cina, che dà il via alla sua fortunata carriera letteraria.

Nel libro Figlie della Cina del 1999 Hirst tratteggia con piglio femminista il ruolo della donna attraversando il percorso storico della sua emancipazione, dalle tradizioni più dure – delle concubine, delle schiave, dell’infanticidio femminile, ma anche delle mogli considerate niente più che strumenti per perpetrare la discendenza maschile, passive e senza voce, fino alle figlie della rivoluzione e alle più recenti generazioni.

Eccone qui un estratto:

“Se un tempo le donne non avevano una propria identità, ma si definivano solo in rapporto agli uomini – figlia di…moglie di…- ora le distanze tra i sessi erano accorciate con l’introduzione per entrambi dello stesso appellativo tong xue, cioè compagno. Identificate con un termine comune agli uomini, le donne indossavano anche lo stesso tipo di vestito: una casacca sopra un paio di pantaloni blu, un abbigliamento che nasconde, mimetizza e mortifica il corpo femminile. Di fatto gia spazzata dalla guerra civile e dalla lunga marcia, l’immagine tradizionale della donna chiusa all’interno di un cortile, occupata nei lavori domestici o nel ricamo, o se di classe agiata nello studio della calligrafia, non lasciava quasi neppure il ricordo di sè.

La donna che appare nei manifesti di cui sono tappezzati i muri delle città esibisce un atteggiamento virile e sicuro ed è ritratta insieme con gli uomini accanto a un trattore o a un treno, o vicino ai fili dell’alta tensione. Ha un volto sorridente, le guance rosse della salute e i suoi gesti sono gli stessi dei maschi che la affiancano. Si tratta di un’emancipazione avvenuta a una rapidità forse senza precedenti, passando dal medioevo all’era moderna nel giro di pochi anni. É stata preparata, forse anche voluta dalle donne, ma soprattutto imposta dall’alto per le esigenze della rivoluzione, della produzione, del lavoro. Le donne erano necessarie come manodopera e il governo fece di tutto per incoraggiarle sulla nuova strada, per spingerle a non essere soltanto pari, ma anche uguali all’uomo. La condizione necessaria all’emancipazione era l’uguaglianza con gli uomini: questo era il principio ribadito dal governo e dal movimento delle donne (…) Nell’ansia di vincere i pregiudizi maschili lavorarono rispettando orari lunghissimi, acquistarono nuove qualifiche, non prendendo congedi per la maternità, lasciando i bambini negli asili nido; e se dovevano scegliere tra allattare e curare i propri figli e dedicarsi interamente al lavoro, optavano per la seconda alternativa (…) Il cambiamento è troppo veloce e a numerose donne appare arduo e crudele. Molte trovarono penoso seguire le nuove regole: impreparate fisicamente e psicologiamente a cambiamenti così radicali si sentirono confuse. Ancora una volta, nel momento stesso in cui sembrano raggiungere l’emancipazione, l’affermazione di sè, cioè quello che era stato lo scopo dei movimenti femminili precedenti la rivoluzione comunista, le donne subivano in realtà una nuova violenza”.

Bamboo Hirst si conferma una grandissima scrittrice che, grazie al suo rigore stilistico, esce dagli steccati della tradizione letteraria di quegli anni diventando non solo pioniera di quella che venne definita letteratura “migrante”, ma anche punto di riferimento per chi vuole conoscere meglio la Cina e i suoi abitanti. Il suo percorso di vita è giunto al termine rendendoci tutti un po’ orfani, ma quello letterario continuerà a vivere attraverso la lettura dei suoi deliziosi romanzi e a noi non resta che omaggiarla aggiungendo i suoi libri ai nostri scaffali.

(di Agatha Orrico)

l’omaggio di Maria Novella Rossi nel servizio per Rai2

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Agatha Orrico

Agatha Orrico è una freelancer formatasi professionalmente presso la storica rivista Storie Leconte di Roma. Ha collaborato negli anni con diverse testate giornalistiche tra le quali Il Fatto Quotidiano, Il Manifesto, The Post International, Left. Pubblica articoli di ricostruzione storica e reportage per la rivista cartacea L&S di Torino. E' traduttrice (inglese e tedesco), editing e correttrice bozze. E' portavoce del Collettivo Donne contro le Violenze.

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