pubblicato sul Magazine L&S numero di Settembre 2018

Settembre 2018 – Nei giorni scorsi in Sardegna una donna ha ucciso i due figli disabili. Si chiamavano Paolo e Claudio Calledda e avevano 42 anni. Non starò qui a fare anch’io l’inutile cronistoria del perchè e del percome sia accaduto, né tantomeno a dare giudizi. Mi pare ingiusto cercare colpe, se proprio vogliamo individuare un responsabile potremmo riscontrarla nella latitanza di uno Stato che spesso abbandona certe famiglie ai loro drammi privati, probabilmente perchè su quelle non si costruiscono fortune politiche.

Il problema è non dare un futuro anche a chi vive su di sè la disabilità. Il problema è che non è e non sarà un caso isolato, perchè non è il primo, ma tra pochi giorni tutto tornerà nel dimenticatoio, lasciando spazio a notizie che certo sapranno provocare maggior interesse e indignazione.

La tragedia della Famiglia Calledda lascia sgomenti ed è la dimostrazione plastica che di disabilità non si parla. Anzi, più che altro se ne parla male.

Disabilità è un termine legato ad “abilismo“, una parola che in pochi conoscono. Ho svolto una breve indagine presso miei conoscenti e la maggior parte mi ha guardata con fare interrogativo.

Eppure conosciamo tutti molto bene termini come razzismo, sessismo, omofobia, xenofobia….E’ strano, perché l’abilismo è da apparentare a tutti quei pregiudizi ben più noti, ed è la discriminazione, verbale o fisica, nei confronti di persone con disabilità.

La storia ci ha consegnato tristissimi esempi di abilismo, tra i quali quello attuato del regime nazista. Impossibile archiviare tutti gli orrori di un sistema che perseguitava ogni disabile ritenendolo inutile alla razza.

Ma l’abilismo sussiste ancora oggi, solo che, come per tutto ciò che riguarda i disabili, se ne parla poco. Basta farsi un giro per il mondo per assistere a cose a dir poco indecenti, frutto di tradizioni locali e di assurdi pregiudizi.
Sia in India che in Pakistan di recente sono stati denunciati casi di stupro su donne disabili, che non ricevono nessun supporto dalle forze dell’ordine al momento della denuncia né tantomeno assistenza dallo stato. In questi due paesi il disabile suscita vergogna e lo si tiene nascosto, a meno che non torni utile nelle grandi città per impietosire e fare accattonaggio.

Nei contesti rurali di alcuni agglomerati africani alla disabilità viene attribuito un valore talmente negativo da affibiare ai piccoli l’appellativo di “bambino serpente”. Questi bambini crescono privi di scolarizzazione, derisi, umiliati, e spesso strumentalizzati per suscitare pietà, finendo anche loro per strada a chiedere l’elemosina.

E che dire della Cina, che contrappone alla propria frenesia di erigere grattacieli sempre più avvenieristici la ghettizzazione di persone con disabilità? Le opportunità di inclusione nella società cinese sono talmente limitate da essere quasi inesistenti: avere un parente disabile è considerata una punizione divina per qualche colpa commessa, un fardello inaccettabile. A loro è stato affibiato il termine spregiatico “canfei”, che significa inutili.

Quelli che ho elencato brevemente sono probabilmente alcuni tra i casi più perversi di abilismo, e potrei sicuramente citarne altri, ma andiamo oltre le statistiche.

Spostandoci nelle nostre società la situazione non cambia molto, non solo per l’irrisolta questione delle barriere architettoniche. Pare infatti che manchino sempre i soldi, eppure ci sono ma vengono spesi per finanziare baggianate, o per inutili armamenti. O come disse qualcuno mesi fa…li useremo se avanzeranno! Ma per le cure domiciliari, per l’assistenza sanitaria…beh per quella roba lì mancano sempre.
E la scuola? Le gite scolastiche alle quali molti bimbi devono rinunciare? L’insegnante di sostegno, che quando serve spesso non ci sono i fondi, e quando c’è vuoi mettere quante scocciature che rallentano la lezione per il resto della classe…ho letto che se un insegnante di sostegno non si presenta in classe all’alunno viene chiesto di restare a casa. Ma perché, gli altri professori non dovrebbero insegnare a tutti? Questo non sembra di certo un bell’esempio di fratellanza.
E il lavoro? A parte le dovute eccezioni, i disabili vengono relegati a ruoli marginali e subalterni rispetto ai normodotati senza tenere in alcun conto la loro propensione, le competenze. Poi non mi stupisco se questa finta uguaglianza possa sfociare in episodi di discriminazione verbale o fisica.

Il nostro sistema sociale pare immobilizzato, quello della disabilità sembra essere un argomento tabù, come se non parlandone migliaia di persone scomparissero, chiusi in un cerchio tra loro e la loro disabilità. Ma far finta di niente, evitare l’argomento, è solo una forma di vigliaccheria, e poi succede quello che è capitato ieri.

Più di una volta, parlando di questi temi, ho usato il termine “alieno”: il disabile, oggi come in passato, viene percepito come un alieno. Ho sentito una coppia stupirsi di fronte a un cieco che si arrabbia, commentare atteggiamenti che per un qualunque normodotato sono normale routine, pretendendo che questi abbia un altro modo di esprimersi, perché, non è forse una persona come le altre? I nostri pensieri sono perennemente offuscati dall’imbarazzo e da quella fastidiosa forma di pietismo che ci fa esclamare “poverino” alla vista di un bastone per ciechi e di una carrozzina.

Ho notato che c’è un ‘tipo’ di disabile che invece riscuote successo e gode di rispetto, quello che io chiamo il super-eroe. E’ colui che eccelle in discipline fisiche durissime. Tanto di cappello, per carità, purchè non sia un obbligo a dover dimostrare di essere il contrario di quello che gli altri possano pensare, o un tentativo di annullare quel qualcosa che invece lo rende unico, non per forza sbagliato. Sarà un mio limite, sarà che a me non sono mai piaciuti i fenomeni, ma temo che quella corsa incessante a dover dare il massimo, cercando di superare sé stessi, rischi di diventare un contentino per rassicurare chi disabile non è. Un voler a tutti i costi descrivere quel desiderio impossibile di essere altro, quando invece dovremmo semplicemente poter essere tutti diversi e accettati nella nostra unicità.
Aveva ragione colui che sosteneva che la disabilità spesso sta negli occhi di chi guarda.
Normalità, ecco di cosa c’è bisogno, non di esaltazioni, positive o negative che siano.

Noto che anche chi scrive per professione ha la stessa tendenza a coprire il disabile con la medesima patina di compatimento, proponendo all’immaginario collettivo quell’idea stereotipata del poveraccio, del disadattato, dell’individuo perennemente bisognoso di aiuto, da compiangere, riducendo l’identità di uomini e donne al pari di minori da accudire. Ma nessuno riuscirà a togliermi dalla testa che siamo tutti vittime di un imbroglio, come spesso accade quando si parla di minoranze (dove per minoranze non intendo qualcuno che sta peggio, bensì qualcuno che non fa numero).

Qualcuno se ne stupirà, ne sono certa, eppure so che c’è un mucchio di gente che non vive la propria disabilità come un fardello oscuro, bensì come una risorsa. Forse sono coloro che si sono concentrati a coltivare delle qualità verso le quali i coetanei erano meno recettivi. Forse perché hanno avuto più tempo per stare con loro stessi, per ascoltare i propri bisogni, per affinare le proprie passioni, per assecondare le proprie competenze, per sviluppare gli altri sensi, e questo gli ha dato modo di crescere interiormente molto più di altri.

Siamo abituati ad occuparci di disabilità solo quando ci riguarda personalmente, limitandoci al suo impatto visivo, evitando di andare oltre, augurandoci che non accada a noi e ai nostri cari. Il massimo che riusciamo a fare è dirottare la nostra indignazione verso colui che occupa impunemente il parcheggio riservato.
Ma c’è molto altro, e stiamo eludendo un passaggio fondamentale: dove manca giustizia sociale stiamo peggio tutti. Ogni fenomeno di marginalità sociale influisce direttamente sul benessere di tutta la comunità. Allora c’è la necessità di decostruire una narrazione fasulla e patetica, imposta da normodotati per dormire, forse, sogni più tranquilli. Combattiamo l’abilismo, superiamoli noi i nostri di limiti e appoggiamo la lotta di quei disabili che desiderano contribuire attivamente allo sviluppo delle nostre società. Perchè ne sono perfettamente in grado.

(di Agatha Orrico)

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Agatha Orrico

Agatha Orrico è una freelancer formatasi professionalmente presso la storica rivista Storie Leconte di Roma. Ha collaborato negli anni con diverse testate giornalistiche tra le quali Il Fatto Quotidiano, Il Manifesto, The Post International, Left. Pubblica articoli di ricostruzione storica e reportage per la rivista cartacea L&S di Torino. E' traduttrice (inglese e tedesco), editing e correttrice bozze. E' portavoce del Collettivo Donne contro le Violenze.

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