Ottobre 2020. I giornali divulgano una notizia terribile: ad aprile, quando l’Italia è in pieno lockdown, una giovane di cui per proteggere la privacy non viene svelato il nome, affetta da una rara patologia genetica, è stata stuprata. Il fatto è evvenuto mentre era malata di Covid presso una struttura sanitaria. Lo stupratore è un operatore sanitario, un precario, sposato con figli. Il quale, messo alle strette, confessa lo stupro. Di lui si conoscono sole le iniziali: L.A., di lei che aspetta un bambino.

Ai miei occhi, e spero alla maggior parte di chi mi legge, questo appare come uno tra i reati più ignobili avvenuti nell’anno trascorso. In questo squallido caso violenza, sessismo e abilismo si uniscono per fondersi l’uno nell’altro.

I giornali scrivono che in struttura nessuno si era accorto della gravidanza nonostante l’aumento di peso (“mangiava moltissimo”) e la mancanza del ciclo mestruale (“i farmaci somministrati possono causare irregolarità”). Queste dichiarazioni evidenziano uno scenario che deve spingerci a più di una riflessione.

*Nemmeno in una struttura “protetta” noi donne siamo al sicuro da certi maschi.

*Se la ragazza non fosse rimasta incinta nessuno avrebbe saputo dello stupro e questo è molto grave.

*Le donne disabili non vengono ascoltate, non gli viene prestata abbastanza attenzione. Possibile che questa ragazza dopo la violenza non abbia manifestato al personale ospedaliero e ai famigliari nessun disagio, nessun cambio repentino di umore, nessun trauma fisico?

O i segnali c’erano ma sono stati affrontati con superficialità, come accade spesso nella vita di tutti i giorni dove le persone si rivolgono agli accompagnatori piuttosto che al disabile stesso?

*Perchè in una struttura sanitaria dove normalmente esistono reparti separati tra uomini e donne – personale compreso – una ragazza è stata affidata alle cure di un uomo?

Siamo abituati a considerare asessuate le persone disabili (e di conseguenza non le vediamo nemmeno come possibili madri). Nell’immaginario delle nostre società fortemente sessualizzate, che usano il corpo femminile per vendere qualunque cosa, che promuovono la perfezione fisica a qualunque costo, la donna disabile è indesiderabile e quindi invisibile.

Allargando lo sguardo oltre l’episodio in sé, c’è anche la questione dell’abuso psicologico. Nessuno lo dice apertamente, ma in genere quando un genitore o un assistente uccidono una persona non completamente autosufficiente, si fa strada nell’opinione pubblica un retro pensiero che tenta inconsciamente di sminuire le azioni del colpevole contribuendo a deumanizzare la vittima. Ma ci pensiamo mai a cosa significhi dover dipendere fisicamente – e psicologicamente – da altri? Avere una disabilità che ti costringe a vivere in una struttura o in casa, quando in quella casa non c’è armonia? Se la vittima di femminicidio, stupro e violenza domestica è disabile, ha accesso ad essere tutelata? Riesce a fuggire, a cercare aiuto, ad accedere ai centri antiviolenza, a farsi capire, credere e sostenere?

C’è poi un altro aspetto che ha preso piede nei dibattiti social, che è la classifica delle discriminazioni: consiste nel considerarne alcune più “importanti” di altre. Si parla tanto di femminismo intersezionale ma guardandosi bene dall’evidenziare certi dettagli. Ad esempio, se sei donna la violenza può arrivare sia “dall’esterno” che dal tuo stesso “gruppo” di riferimento.

Succede anche per il razzismo, dove molte donne nere che si uniscono ai maschi nella battaglia contro la discriminazione razziale lasciano in secondo piano i loro diritti come donne, spesso sottacendo la violenza dei loro connazionali. Lo stesso avviene alle donne disabili, che tendono a incanalare tutte le loro energie nel contrasto all’abilismo, sacrificando le loro istanze femministe. Non dimentichiamoci che anche maschi che fanno parte di minoranze possono essere ugualmente misogini, razzisti, omofobi e violenti.

A chiudere il cerchio assistiamo alla narrazione stereotipata della disabilità nei media, tra articoli che usano con nonchalance termini inappropriati e talvolta abilisti e documentari/film dove gli unici disabili che vengono rappresentati sono o superman o sfigati perennemente incazzati. Nei ruoli femminili la donna è sempre sciatta, insicura, brutta…l’antitesi dell’avvenenza insomma. Tutto questo contribuisce a mantenere in vita l’abilismo perché la disabilità viene descritta sempre come qualcosa di “altro”, che non ci riguarda; come fosse una tegola caduta in testa ad un gruppo di sfortunati. Tutto questo in un clima già pesante e fortemente discriminatorio dove si riaffaccia puntualmente lo spauracchio dell’esonero degli alunni da alcune discipline di studio, tanto per aumentare un divario che invece andrebbe abolito.

É necessaria un’inversione di marcia, una maggiore consapevolezza da parte di chi racconta la disabilità, meno pietismo e retorica paternalistica. Lo stanno facendo bene i numerosi movimenti attivisti, grazie alla cui voce la situazione sta lentamente migliorando, ma se ne parla ancora troppo poco.

(di Agatha Orrico)

Articolo originale pubblicato su L&S di Febbraio all’interno dello speciale8 Marzo:l’altra faccia di tutti i giorni”

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Agatha Orrico

Agatha Orrico è una freelancer formatasi professionalmente presso la storica rivista Storie Leconte di Roma. Ha collaborato negli anni con diverse testate giornalistiche tra le quali Il Fatto Quotidiano, Il Manifesto, The Post International, Left. Pubblica articoli di ricostruzione storica e reportage per la rivista cartacea L&S di Torino. E' traduttrice (inglese e tedesco), editing e correttrice bozze. E' portavoce del Collettivo Donne contro le Violenze.

1 commento

Theodora · 12 Febbraio 2021 alle 15:50

Questo bel articolo meriterebbe essere presentato al nuovo governo che forse troverebbe un orecchio sensibile?brava Agatha!!

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