Febbraio 2019 – Scrivo di getto quando sono arrabbiata quindi andrò diretta al punto. 
Dicevo, sono arrabbiata, perchè in 48 ore ho letto due cose che riguardano esperimenti su bambini, fatte entrambe male e perdipiù da persone che si definiscono anti razziste, e questo lo trovo intollerabile.
Sta girando l’ennesimo video che vuole ricalcare un esperimento credo degli anni ’50 e che sottopone a bambini di 5/8 anni due bambole, una bianca e una nera. Ora. Le bimbe bianche, a domanda quale ti piace di più, hanno scelto la bambola bianca. La motivazione è chiara, direi lampante, qualcuna l’ha anche detto: ci si rivedono, ci trovano più somiglianze. La bambola rappresenta un alter ego nel quale immedesimarsi, trovare se stessi, e le bimbe si sono sentite esteticamente più simili a quelle. A telecamere ancora accese l’intervistatore si allontana e la bambola nera si rivolge alla bambina chiedendole perchè non l’ha scelta, perchè non la trova altrettanto bella, addirittura perchè la trova cattiva (cosa che nessuno ha detto); le bimbe si scusano, alcune piangono e poi baciano la bambolina. Un maschietto bianco che ha scelto la bambola nera, proprio perchè forse il maschio che piaccia o no si immedesima in altri giochi, viene sgridato da quella bianca. L’unico non bianco usato per questo mediocre esperimento è un maschietto, è probabile che non abbia mai giocato con una bambola, che c’azzecca lo sanno solo loro.

Se questo esperimento idiota, concepito da paladini che si nascondono dietro all’alibi dell’integrazione, deve servire a dimostrare che esiste il razzismo (come si evince dal titolo, dunque lo scopo era quello) ha fallito miseramente. Casomai andava fatto a bimbi con origini straniere, coinvolgendo anche asiatici per esempio, e lì si sarebbe potuto aprire un dibattito su come le nostre società, tutte, spesso anche quelle di origine, manipolino le menti trasmettendo quel concetto assurdo e fuorviante che bianco è più bello, e che è una cosa grave perchè si va ad agire sulla questione dell’autostima e dell’identità. Che poi son cose già fatte, non si capisce lo scopo di riproporle a cadenza mensile giusto per alimentare un dibattito inutile e stabilire se i bambini siano o meno razzisti su base estetica.


Ma il colmo del razzismo mascherato da buoni propositi ha raggiunto l’apice in Mauro Bocci, l’insegnante che da giorni si sta arrampicando sugli specchi per fornire una motivazione plausibile – che non troverà mai – a giustificare l’enorme danno verso 2 bimbi che si differenziano dagli altri per qualche grammo di melanina in più.
Non esiste cosa più razzista, veramente, di ciò che ha fatto questo individuo, anzi qui si va oltre. E’ una vigliaccata assurda nascosta dietro al tentativo fallimentare di affrontare il tema della diversità.
Perchè ha voluto scegliere 2 bimbi dalla pelle nera, perchè non ne ha scelti 2 a caso? Perche nella sua testa il nero è il capro espiatorio, è sacrificabile a prescindere. Avrà pensato che tanto per quei due non sarebbe stata una novità sentirsi discriminati, ed è qui lo sbaglio e l’errore madornale per il quale questo pseudo insegnante andrebbe spedito lontano dalle scuole, a concimare campi fino alla vecchiaia.
Un pò come quelli che in segno di solidarietà si dipingono ancora la faccia di nero, quando dovrebbero sapere che il black-face è una mancanza di rispetto bella e buona, un retaggio coloniale razzista. Dire l’ho fatto in buona fede oggi, nel 2019, non può trovare giustificazione.


L’altro giorno nella sala d’attesa del Caf su un opuscolo dal titolo “migranti” capeggiava la faccia di un nero, e ad ogni articolo c’era il volto di un nero. Come se non esistessero migranti di altri colori o, peggio ancora, come se tutti i neri fossero migranti.
Usati a casaccio, senza nome e cognome.
Perchè mai un cinese ad esempio?
Perchè non ragazzi bianchi che sono i primi a migrare a causa del lavoro che non c’è?

D’altronde di che mi stupisco.
Per una parte di paese il non bianco è uno straniero indesiderato e basta, per l’altra è una vittima, punto.
In entrambi i casi è uno sfigato, un perdente, una cartina tornasole da sfruttare a seconda della convenienza.
Non approvo per niente questa strumentalizzazione continua del corpo nero.
Con i primi non ci parlo, ma ai secondi vorrei dire che chi vede il nero come una vittima, sempre e a prescindere da chi sia, non solo non è anti razzista ma è egli stesso promotore di una sottospecie di razzismo che sottolinea all’infinito una distanza, una diversità addirittura genetica, che identifica con ogni nero in Italia una vittima di qualcuno o qualcosa. E si arriva al paradosso: ogni nero è bravo, onesto, sincero, quindi automaticamente calpestabile, debole…ma in virtu di cosa? Come quello che è andato a sdraiarsi ai piedi di Salvini durante un comizio per chiedergli l’elemosina, e giustamente l’hanno allontanato, mica perchè è africano ma perchè non si può fare santodio! Solo un coglione poteva fare una cosa del genere, con le telecamere, i giornalisti, mezza Italia che guarda, andare di fronte ad un ministro, con o senza felpa, a mendicare. Fossi stata una sua concittadina l’avrei linciato mediaticamente, l’avessi fatto io mi sarei beccata della razzista, che oggi è diventato il passepartout per troncare ogni discussione sul nascere.
Ed ecco che lo sfigato in questione – il mendicante – diventa bandiera, santo subito, the black heroe, tramutato dagli anti qualcosa a simbolo contro il razzismo, massima espressione della non volontà politica di integrazione.
Integrazione è un altro di quei termini che, proprio come anti razzista, andrebbe eliminato. Qui nessuno deve integrarsi, non siamo uguali, siamo diversi, e sta lì la chiave, nel rispetto di chi è diverso. Sempre se lo merita quel rispetto, perchè il rispetto non lo distribuisci un tanto al chilo sulla base di una caratteristica fisica, se sei un cretino devo potertelo dire come tu lo dici a me.
Andiamo avanti al grido apriamo i porti sapendo benissimo che poi l’80% di chi sbarca dopo 2 anni finisce per strada o a far lo schiavo da un’altra parte, eh ma poi piangiamo, restiamo umani…

No. Apriamo gli aereoporti, sblocchiamo i visti, diamo la cittadinanza, premiamo la qualifica di chi è già qui, diamo il merito alle persone; più poliziotti, vigili, banchieri, presentatrici, giornaliste, insegnanti di origine straniera, solo così si garantiranno uguali diritti a tutti. Insegnamo la storia vera nelle scuole restituendo dignità a chi è stato oppresso in passato, parliamo di decolonizzazione! Questo dovremmo urlare. Solo così potremo aprire le frontiere e dire finalmente siamo tutti italiani indipendentemente dall’aspetto fisico.
Basta con questa rappresentazione a binario unico della persona dalla pelle scura povera, misera, da aiutare. In questo noi stiamo riproponendo il modello coloniale cavalcando quella presunta superiorità che non ha ragione d’essere e che vede il bianco sempre forte che dona qualcosa e il nero sempre debole con le mani aperte ad ampolla.
Come potrà mai un bambino essere fiero della sua pelle e dell’origine dei suoi genitori quando non trova esempi positivi, vincenti, quando l’unico nero al quale viene accostato è il mendicante umiliato, il derelitto che sbarca sul molo a piedi scalzi? E gli altri, che sono la maggioranza, dove stanno? Li vedete in tv o nei giornaletti del Caf?


Una delle frasi più razziste l’ha scritta una ragazza con migliaia di followers che sta facendo dello slogan apriteiporti chesonoantirazzista etuseiunrazzistadimerda siamtuttifratelli una battaglia personale. Alla solita domanda idiota quanti ne hai presi a casa tua lei risponde:
“Se potessi almeno uno lo prenderei”. È una frase incredibile. E’ come se per lei non fosse nemmeno una persona ma un cucciolo di animale spelacchiato da portarsi a casa, da coccolare e accudire. Uno lo prenderei, scrive, uno a caso nel mucchio. Perchè per lei evidentemente son tutti uguali, intercambiabili, il nero è un concetto astratto, una massa informe. Roba da pazzi. De-umanizzante.


Quando quella metà di italiani che sogna un mondo arcobaleno comprenderà che non serve dipingere l’Italia come l’Alabama del 1800, che essere paladini dell’anti razzismo per farlo male è peggio e fa solo danni proprio a coloro che dicono di voler aiutare, e che invece è necessario cambiare la narrazione e gli slogan, finalmente arriverà il cambiamento.
(di Agatha Orrico)

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Agatha

Giornalista free-lance Web Journalism Editor e Correttore bozze Collaborazione con rivista letteraria Storie - Roma Recensione dischi e Live per Magazine Shiver Un Fachiro al Cinema Magazine critica cinematografica Articoli viaggio per casa editrice Viaggi Milano

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