Intervista alla “ragazza con la valigia”. Storia di Lidia Vivoli, sopravvissuta al femminicidio

Lidia Vivoli

Bagheria 24 Giugno 2012 – É stata una giornata serena quella trascorsa a Tindari, all’aria aperta, con lui che le giura che d’ora in avanti ci saranno solo tenerezza e comprensione, mai più litigi e quelle assurde scenate di gelosia. Perchè non credergli, ha chiesto perdono perfino ai piedi della Madonna del Santuario… Tutto pare risolto. Gli antichi rancori assopiti. Rientrano insieme a casa di lei, guardano la tv, chiacchierano del più e del meno, come una coppia qualunque. Si è fatto buio, è ora di andare a dormire. Si addormentano abbracciati.

É l’una e quarantacinque di notte. Lui si alza. Va in bagno. Poi scende al piano di sotto, in cucina. Cerca tra gli utensili, trova una grossa pentola in ghisa, la più pesante di tutte. Torna su. Lei dorme a pancia in giù, dal suo lato del letto. Lui solleva il braccio afferrando la pentola e con tutta la forza che ha in corpo le sferra un colpo alla testa. L’urto è talmente violento che si rompe il manico. Lidia lancia un urlo sordo che squarcia il silenzio della notte, nell’isolamento della villetta. Un dolore assurdo le fa pulsare la testa e la spalla, un fischio atroce si impossessa del suo orecchio, probabilmente un timpano rotto. Crede le sia caduta addosso una mensola posta sopra al letto, finchè non si gira a fatica e incrocia gli occhi di Isidoro posati su di lei: sono minacciosi e carichi di odio.

Lui si gira e inizia a cercare spasmodicamente qualcosa nel buio, brandisce una forbice. Lei cerca di fuggire ma viene colpita proprio in mezzo alla schiena. Sul letto si forma una gigantesca pozza di sangue. Lui estrae le forbici dalla carne di Lidia e tenta nuovamente di colpirla, lei cerca con tutte le forze di strappargliele di mano, viene colpita al viso, le si apre uno squarcio tra il sopracciglio e la guancia. C’è una colluttazione, un’altra ferita, stavolta alla coscia. Le forbici cadono. Lidia cerca di scappare ma lui ha già strappato dalla presa di corrente il cavo della lampada e glielo avvolge attorno al collo. Lei continua a divincolarsi, cadono a terra. Lui riprende a colpirla, talmente forte da romperle due costole. Afferra tutto ciò che trova, è una furia omicida. Trova una bottiglia di acqua e gliela sferra sul volto. Lidia ha un timpano rotto, il sangue che cade a fiotti dall’occhio impedendole la visuale, le ferite da forbice, il collo avvolto dal cavo. Con tutta la forza che ha in corpo riesce a sferrare un colpo all’inguine di Isidoro. Lui cade a terra e si placa per un po’. Lei fa fatica a muoversi, c’è sangue dappertutto, sta male, ha il vomito. Ma non è l’ora di morire, non per mano di quel mostro. Lui la guarda duro, senza parlare, non una parola. Parla lei. Piange. Lo scongiura di fermarsi, non lo denuncerà, gli dice che non ce l’ha con lui, che questa cosa è come se non fosse mai successa, che non serve ucciderla, che lei non parlerà. Passa parecchio tempo, un tempo immobile, scandito dal silenzio di lui e dai disperati tentativi di riappacificazione di lei. Poi Isidoro parla e ripete, come in una nenia, che se prova a parlarne con qualcuno tornerà a finire il lavoro, che quella è stata una lezione perché lei si è comportata male. Lei promette, giura. Ormai sono le 5 di mattina quando Isidoro lascia Lidia tramortita sul pavimento, allontanandosi velocemente a bordo della sua auto, certo che morirà dissanguata.

E invece no. Lidia, con le poche forze rimaste e un filo di voce, riesce a chiamare la mamma, che allerterà subito un’ambulanza. E su quell’ambulanza, in una corsa disperata a rotta di collo che è una scommessa tra la vita e la morte, ripeterà come un mantra una sola frase: “prendetelo, è stato Isidoro Ferrante, è stato Isidoro Ferrante, è stato…” fino a perdere i sensi.

Novembre 2019 – Incontro Lidia Vivoli a casa sua, che è una sistemazione provvisoria come precario è il suo lavoro di assistente di volo. Sul letto ci sono i vestiti appena stirati in vista di un nuovo spostamento, mi è venuto da lì il soprannome “la ragazza con la valigia”, pensando al film con la Cardinale.

L’accostamento non è azzardato: Lidia è bellissima, ha il volto delle attrici di una volta, con i lunghi capelli neri sciolti sulle spalle e le forme morbide. É la tipica bellezza mediterranea. Lidia Vivoli è nata a Milano ma ha un forte accento siciliano, perché è in Sicilia che è cresciuta, in una famiglia che ha fatto della cultura la sua cifra distintiva. In Sicilia si è laureata e ha vissuto tutta la vita, prima di trasferirsi al Nord – in un paese che non nominerò per tutelare la sua privacy – dopo il recente fallimento della compagnia aerea di Catania. Durante il pomeriggio trascorso insieme Lidia si tocca spesso il lato sinistro del viso, che va dal sopracciglio fino alla guancia. Mi chiede se si vede la cicatrice, le dico di no, che non si vede, ed è vero. Lei sorride e abbassa lo sguardo, evidentemente il male è profondo e ha sostato talmente tanto sulla sua pelle da aver scavato in profondità. A seguire c’è la storia di questi 7 anni, ricucita di tutti i pezzi mancanti.

Lidia, tu mi hai detto che ti sei sentita abbandonata dalla Stato, spiegandomi che le vittime di violenza, per paradosso, vengono aiutate meno rispetto ai loro aguzzini. Quasi tutte perdono il lavoro. Perchè?

Viviamo in uno Stato garantista. E non è una mia impressione ma il segno tangibile della mentalità maschilista che pervade il sistema, dai giudici agli avvocati, che tendono a voler giustificare chi compie un reato dando premi per farlo redimere e far sì che abbia una seconda chance.

Nessuno pensa mai alle vittime, donne o uomini che siano. Con la differenza che quando quello oppresso è uomo rimane per tutti una vittima, mentre la donna è colei che ha creato questa situazione portando lui a diventare violento. In qualche modo è come se lo Stato dicesse che la donna se l’è meritato perché è lei che ha provocato. É così che ci abbandona ritenendoci responsabili di ciò che abbiamo subìto. La donna perde il lavoro quando denuncia, perché è malvista, diventa pericolosa, ha carattere e vuole ribellarsi, quindi viene isolata anche dalla società. Succede a tutte, ed è successo anche a me.

Tu sei viva per miracolo. Che danni fisici hai riportato dall’inferno di quella notte?

Ho lesioni a entrambe le spalle. Le costole rotte, pur essendosi risanate, non torneranno più quelle di un tempo. Il danno alle rotule mi crea difficoltà a stare in piedi troppo a lungo. Ho subìto la ricostruzione del timpano sinistro che però mi provoca ancora fastidi e il trauma cranico mi ha lasciato costanti mal di testa. In più mi sono ammalata di fibromialgia: è la perdita totale della serenità che mi causa insonnia e costanti incubi notturni. Di notte mi sveglio di soprassalto, ogni rumore mi fa spaventare, ho paura del buio e di dormire sola, sono piena di fobie.

Com’è possibile che, nonostante tutte queste patologie, tu non riceva nemmeno il diritto di esenzione ticket?

Noi donne vittime di violenza non siamo inserite in alcuna categoria protetta, quindi non ci spetta alcuna invalidità per i danni fisici e morali riportati. Le visite mediche specialistiche sono tutte a carico nostro, non solo risonanze, tac ecc ma anche la fisioterapia. Non c’è alcuna agevolazione per alleviare il dolore della violenza subita.

Lo Stato si offre di riabilitare gli uomini violenti reiserendoli nella società ma non fornisce alcun sostentamento economico o lavorativo alle donne violate. Un controsenso che forse sta alla base del fatto che tante donne non denuncino?

Una donna quando denuncia, per essere creduta, deve essere in fin di vita. Nessuno crede a chi denuncia un marito violento per schiaffi o pugni se non ci sono lividi evidenti. Questo avviene sia in ospedale che di fronte ai Carabinieri. Una pacca sulla spalla e ti rimandano a casa.

Ma il motivo è un altro. Le donne non denunciano soprattutto perché, nel 90% dei casi, si viene dichiarate non abili alla funzione di madre con il rischio che venga tolta loro la potestà genitoriale. Ti dicono che è responsabilità tua per aver scelto un uomo violento, oppure ti definiscono una persona troppo ansiosa. E allora succede che questi figli vengono messi in casa famiglia o affidati all’uomo maltrattante, finchè capita di leggere sul giornale che quell’uomo li ha picchiati o uccisi, come è già successo in tanti casi. La donna allora non denuncia perché preferisce sacrificare sé stessa con il rischio di essere uccisa piuttosto che mettere a rischio la vita dei propri bambini. In più c’è la violenza economica: una donna che non riceve alcun supporto economico e non ha lavoro, sa di essere perdente in partenza. Prima ci invogliano a denunciare e poi ci abbandonano.

A suo tempo ti avevano proposta di andare in una casa famiglia, ma tu hai rifiutato. Cosa significherebbe vivere in casa famiglia?

La casa famiglia è la soluzione con la quale le istituzioni se ne lavano totalmente le mani. Come se rinchiudere la vittima fosse la soluzione giusta, quando è il persecutore a dover essere rinchiuso! Perchè a lui non viene proposto di finire in una struttura protetta dove possa essere controllato? Perchè quella è una limitazione della libertà. Perchè invece gli assassini si avantaggiano di sconti su sconti di pena con la motivazione che hanno diritto di rifarsi una vita, e la vittima no? Togliere la libertà a una persona che già è stata vittima significa ucciderla definitivamente. Lo Stato non può lavarsene le mani rinchiudendoci in gabbia.

Veniamo al caso specifico Lidia. Tu denunci subito e Ferrante viene arrestato il giorno stesso. Aveva tentato la fuga? Cosa ha detto al momento dell’arresto?

Ferrante non è scappato perché riuscii a convincerlo che non l’avrei mai denunciato. Ne era certo e credeva che sarei morta dissanguata, dunque non ha nemmeno provato a scappare. Dopo tutto quello che mi aveva fatto è andato tranquillamente a casa sua, ed è riuscito ad addormentarsi serenamente. L’hanno svegliato i Carabinieri alle 9 della mattina successiva. Al momento dell’arresto ha avuto l’ardire di giustificarsi, dicendo che si era semplicemente difeso da una mia aggressione, tesi che è crollata immediatamente. Poi ha aggiunto che l’avevo fatto innervosire perché avevo ricevuto un messaggio di notte, cosa non vera, dato che il mio cellulare era spento e gli inquirenti non hanno trovato niente. Tra l’altro non vedo come questo avrebbe potuto essere motivo per uccidermi. Ovviamente mi ha descritto come una poco di buona, inventandosi una situazione che a suo dire non poteva tollerare e affermando che mi meritavo una punizione.

La vicenda si complica quando, in attesa del processo, Ferrante viene posto agli arresti domiciliari. E qui ha inizio un’escalation di minacce, stalking, con aggressioni a te, ai tuoi amici e alla tua famiglia.

Si, scaduta la custodia cautelare è passato ai domiciliari. Ma ai domiciliari questi uomini vengono controllati saltuariamente: a volte ogni giorno, a volte ogni 2/ 3 giorni. Chi è ai domiciliari ha la consapevolezza che, appena le forze dell’ordine se ne vanno, per almeno 24 ore nessuno verrà più a controllarli, dunque escono subito dopo la visita. Infatti Ferrante evadeva regolarmente per andare a minacciare i miei amici, i miei ex colleghi, la mia famiglia e ovviamente me. Faceva tutto questo con estrema tranquillità, lamentandosi di essere lui la vittima in quanto l’avevo denunciato e accusandomi di averlo tradito spedendolo in galera.

Questo dimostra che si può evadere tranquillamente anche dai domiciliari, non mi pare una garanzia per le donne maltrattate, specie se non vengono dotati di braccialetto elettronico.

I domiciliari sono un premio, l’ennesima gentilezza, una cortesia. Se questi uomini maltrattanti venissero trasferiti dal carcere in una struttura protetta, come quella che propongono a noi donne, forse saremmo più al sicuro. Queste persone vengono collocate nella comodità della propria casa, con la mamma o l’eventuale nuova compagna che cucina per loro, con le loro comodità, esattamente come succede a certi mafiosi. Non potrebbero nemmeno avere internet e il telefono, ma ce l’hanno e lo usano. É così che ho saputo che era uscito di galera, da una sua telefonata.

Ferrante fu condannato a 9 anni per tentato omicidio e sequestro di persona, subito dimezzati a 4 anni e mezzo. Quanta pena ha scontato in tutto questo individuo? Oggi dov’è?

É libero. Il PM chiese 9 anni ma la condanna fu subito dimezzata grazie al patteggiamento allargato, che fa parte di quell’enorme, infinita e assurda mole di privilegi, premi e aiuti che ricevono dallo Stato i condannati. Dopo 5 mesi è passato ai domiciliari per un anno, dai quali evadeva serenamente per terrorizzare me e la mia famiglia. Poi è stato libero un altro anno con l’obbligo di firma. Nel 2015 il Tribunale di sorveglianza ritenne opportuno ricondurlo in carcere per finire di scontare la pena, ma nel 2017 stava già per uscire. A quel punto decido di scrivere al Presidente della Repubblica e riesco a far riaccendere la macchina della giustizia. Ora che sono trascorsi i 6 mesi di custodia cautelare e, in attesa del processo per le mie denunce di stalking che è tuttora in corso, Isidoro Ferrante è libero.

In questo numero speciale ho voluto intervistare Manrico Maglia, un cittadino che ha deciso di scendere in piazza coinvolgendo altri uomini nella lotta contro il sessismo e il patriarcato. Cosa ne pensi di questa iniziativa, e quanto sono impregnate di maschilismo le nostre società?

Le nostre società sono profondamente maschiliste. Ricordiamoci che le donne, a parità degli uomini, guadagnano meno. Che noi donne, quando partoriamo, non abbiamo nemmeno il piacere di dare il nostro cognome ai figli. E ricordiamoci che le donne sono sempre e comunque vessate e umiliate se sono belle, se sono magre, se sono robuste, se sono indipendenti, se mettono la minigonna… Tutto questo è molto maschilista, ma nonostante ciò per molti maschi la donna dovrebbe restare a casa zitta e magari subire le corna e spesso le botte, perché c’è ancora questa diceria del maschio che lega la sua virilità al numero di donne che ha, mentre la donna diventa subito una poco di buona. Una mentalità ancora molto radicata che poi ritroviamo nelle aule e nei titoli dei giornali, fino ad arrivare alle bocche di avvocati e parenti degli aguzzini. Il femmincidio è un problema degli uomini. Un uomo non si definisce mai maltrattante, ma al massimo uno che pretende rispetto, e questo lo fa sentire autorizzato a picchiare la donna che osa ribellarsi. Ringrazio gli uomini che stanno scendendo in piazza, perché è l’uomo che deve cambiare, è lui che usa violenza il più delle volte.

Lidia con i suoi gemellini

Nonostante tutto sei riuscita a ritrovare fiducia in un uomo col quale hai costruito una famiglia solida dando alla luce due gemellini. Come ti ha supportato in questi anni?

Non ho dovuto ritrovare fiducia, perché anche dopo quello che mi è successo la mia idea di famiglia con dei figli era immutata. Quando ho visto il mio compagno mettersi tra me e chi mi voleva ancora fare del male mi sono fidata di lui. Sono convinta che gli uomini siano meravigliosi e quelli violenti un numero ridotto. L’uomo è geneticamente più forte di noi, ma questo dovrebbe servire per proteggere moglie e figli, non certo per picchiarli o ucciderli. Purtroppo gli uomini maltrattanti sono sicuramente cresciuti in famiglie dove il padre era padrone, magari picchiava la madre, hanno assistito e convissuto con la violenza e pensano che non possa essere diversamente. Si convincono che sia giusto così, che la donna sia inferiore.

Alcune leggi a tutela delle vittime esistono già, il problema sta nei tempi lunghissimi e nella loro attuazione, oltre che variare da procura a procura. Tu ad esempio ti stai battendo per abbreviare i tempi che intercorrono tra la denuncia e il processo. E chiedi anche che le donne vittime di violenza vengano considerate categoria protetta, come le vittime di mafia.

Ho seri dubbi che ci siano leggi a tutela delle donne, e comunque i tempi lunghi dipendono dal totale menefreghismo di arginare un problema gravissimo che ormai è diventata una routine. Bisognerebbe istituire il processo immediatamente dopo la denuncia. Il maltrattante dovrebbe essere allontanato forzatamente, controllato attraverso l’uso del braccialetto elettronico, dovrebbe essergli impedito di avvicinarsi a mogli e figli. Anche perché poi quasi sicuramente userà quel tempo per minacciare e insistere nel far ritirare ogni denuncia, è questo che fanno. Io non ho mai ritirato la mia denuncia, ma posso capire chi lo fa perché l’abbandono è palpabile.

Secondo te è possibile che avvenga un recupero all’interno della struttura carceraria di questi uomini violenti?

No. Non può avvenire nessuna forma di recupero in carcere, perché il detenuto non può essere sottoposto a visita o perizia psicologica senza il proprio consenso, anzi, addirittura senza la propria richiesta. Ripeto, il problema di questi uomini è che non credono di essere né maltrattanti né violenti! Si sentono nel giusto, e il fatto che la compagna si sia rifiutata di sottostare alle loro regole, nella loro testa li colloca dalla parte della ragione. Sono narcisisti malvagi, non è una patologia, sono strutturati così. Non sono malati, le malattie si curano, ma non si può curare il proprio essere. Ferrante un giorno mi disse che la gente a cui confidava ciò che mi aveva fatto gli rispondeva “dovrebbe ringraziarti che l’hai lasciata viva”, commento che per fortuna ho registrato. Io invece devo ringraziare me stessa se sono viva oggi, per essermi saputa difendere, per aver ricevuto la protezione da chi so io, forse da Dio.

Quella dei centri antiviolenza che aiutano le donne è una storia che si scontra spesso con soldi promessi e mai arrivati e minacce di sfratto, penso alla Casa internazionale delle Donne e Lucha Y Siesta di Roma o al Thamaia di Catania. I centri rappresentano una risposta valida di fronte al fenomeno della violenza di genere?

Sono punti di riferimento validi per quelle donne che devono ancora iniziare il percorso di denuncia, scegliere un avvocato o rivolgersi a uno psicologo. Ora finalmente c’è una legge che prevede il gratuito patricinio per tutte coloro che denunciano. Per chi è all’inizio o ha bisogno di consigli i centri sono utili, ma quando la macchina si è già innescata, come nel mio caso, non servono più a nulla.

Hai ricevuto in questi anni sostegno dalle associazioni femministe?

(Ride) A parole ho ricevuto molto sostegno: tanti abbracci, strette di mano, qualche lacrima e… e poi però arrangiati. Non ho problemi a dirlo: sono stata completamente abbandonata da tutti: dalle istituzioni, dalle associazioni e dai cittadini. Io sono sola, e sono consapevole del fatto che, essendo sola, sono vulnerabile e più in pericolo.

Quanto spazio occupa, oggi, la paura nella tua vita?

La paura c’è, e c’è sempre. Ma io ho voluto trasformarla in voglia di riscatto, in consapevolezza. La stessa consapevolezza che ho di rischiare la vita, la stessa che agitava l’animo di persone straordinarie come il mio Parroco Padre Puglisi, che ho amato tanto. Io so che se Ferrante dovesse essere condannato in quest’altro processo potrebbe essere la mia sentenza di morte, ma questo non mi fermerà mai. Se un giorno dovrò andarmene morta ammazzata, almeno i miei figli sapranno che la loro mamma non si è tirata indietro, che ha combattuto fino all’ultimo. Ho trasformato le mie paure in un dono da offrire ai miei bambini, ai giovani, a tutte quelle donne che non ci sono più e a tutte quelle che hanno ancora paura. Però io lo so che potrei non sopravvivere a lungo.

Io e Lidia durante l’intervista

L’intervista è finita. Saliamo al piano di sopra, Lidia deve preparare una breve clip da spedire alle Iene per una campagna di sensibilizzazione e mi chiede di aiutarla. Mentre si aggiusta il trucco, che non serve perché è già perfetta, se ne esce all’improvviso con una frase che mi ghiaccia l’anima. “Non è vero Agatha che in Italia non c’è la pena di morte, c’è. É che la danno solo a noi vittime. Lui non mi lascerà mai in pace. Un giorno tornerà, e finirà il lavoro che ha cominciato. Me lo ha promesso”.

Pausa. Aveva la voce ferma la mia Lidia, si ho scritto “mia” perché da oggi, dopo questa intervista, lei è un po’ anche mia, e ora è di tutte noi. É una nostra responsabilità e il suo futuro ci deve riguardare tutti, indistintamente.

Mi ero tenuta ancora una domanda di riserva, volevo chiederle se crede ancora nella giustizia, ma temo non serva più. La giustizia è una giostra e a farla girare troppo forte poi ti gira la testa e mentre tu cadi lei si è già dimenticata di te.

Sono passati 7 anni da quel pomeriggio a Tindari, altrettanti da quella notte dell’orrore che ha lasciato cicatrici che forse non guariranno mai. Anni trascorsi a dargli un senso, a lottare per la vita, a parlare a nome di tutte le figlie di nessuno, perché questo sono le vittime. Sono figlie di nessuno, sopravvissute di cui nessuno si vuole più occupare, con le loro vite fatte a pezzi dai troppi digiuni di sonno. Donne con la valigia sempre aperta sul letto, pronta per essere riempita di altri viaggi itineranti che somigliano a tentativi di fuga.

Prima di cominciare a raccontare questa storia di follia mi chiedevo come mai tutte le storie di violenza comincino sempre con delle promesse non mantenute. Di risposte nuove non ne ho, so solo che son bravi certi uomini a mentire, tanto quanto certe di noi son brave a rialzarsi.

Gli assassini non hanno abiti costosi e cicatrici in faccia, come quelli dei film. Spesso hanno lo sguardo smarrito che scava dentro a un pozzo profondo e si nasconde dietro alla prepotenza di chi impugna un martello, una forbice o qualunque altra cosa per fare del male a una donna. Sono dei perdenti, dei vigliacchi, dei bastardi che non guariranno mai.

(di Agatha Orrico)

Link per firmare la petizione di Lidia

Articolo originale pubblicato sul numero di dicembre di Lavoro&Salute inserto speciale Cultura e…

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Agatha

Giornalista free-lance Web Journalism Editor e Correttore bozze Collaborazione con rivista letteraria Storie - Roma Recensione dischi e Live per Magazine Shiver Un Fachiro al Cinema Magazine critica cinematografica Articoli viaggio per casa editrice Viaggi Milano

17 commenti

titti · 6 Dicembre 2019 alle 15:29

Grazie Agatha per questa bellissima intervista, che mette in luce il dramma delle sopravvissute. Un dramma sottaciuto che, come hai scritto nell’articolo, deve affrontare tutta la società.

Melina · 6 Dicembre 2019 alle 16:03

L’intervista mi ha preso totalmente. Come se avessi ricevuto un pugno nello stomaco. Il nostro mondo ha tante cose che devono essere aggiustate. Mi ha colpito la convinzione che non ci sia nessuna speranza di autoconsapevolezza del narcisista carnefice. La cattiveria esiste! Le vittime devono essere tutelate!

Marianna P. · 6 Dicembre 2019 alle 20:07

Questa storia mi ha fatto venire i brividi.
Ne avevo già letto anni fa, ma rileggerla oggi è stato un tuffo al cuore.
E’ una grande intervista, perchè ripercorre dettagliatamente questi anni trascorsi cercando giustizia che fatica ad arrivare.
Un abbraccio a Lidia e tantissimi complimenti alla giornalista, che ha saputo raccontare con grande empatia.

Mirella · 6 Dicembre 2019 alle 20:09

Mi ha molto toccato questo articolo, tanto da sembrarmi di essere li.
Brave entrambe, la protagonista per aver affrontato tante avversità e l’autrice del testo per aver saputo il racconto in tutto il suo realismo

ENZO · 6 Dicembre 2019 alle 20:17

Scioccato! Questi non sono uomini, sono vigliacchi.
Grande stima per Lidia, per la sua forza e ciò che ha dovuto affrontare.
Forza, speriamo lo mettano in galera, non ha pagato abbastanza!

Vale · 6 Dicembre 2019 alle 22:29

Questa storia mi da i brividi ma va raccontata!
Forza Lidia sono con te.

Vittoria · 6 Dicembre 2019 alle 22:30

Terribile! Non so neanche immaginare il dolore fisico e morale di Lidia, e come un uomo, se così vogliamo chiamarlo, possa arrivare a tanto.
E non mi capacito del fatto che le istituzioni e le associazioni restino in silenzio e non facciano niente di fronte a questi crimini!
Un abbraccio e tutta la mia stima a Lidia che, nonostante quanto passato, ha avuto il coraggio di continuare a combattere per la vita.
E, naturalmente, un grazie a Agatha Orrico, grande combattente, che intervista sempre col cuore.

Mari Cosentino · 7 Dicembre 2019 alle 12:26

Lidia non mollare!! Immagino quanto sia dura ma sono con te…

Anna · 4 Gennaio 2020 alle 19:55

Ho letto d’un fiato, questa storia è terribile.
Eppure ne scaturisce una grande forza.
Bravissima la giornalista nel toccare temi chiavi.
Forza Livia!

Gianni M. · 4 Gennaio 2020 alle 19:56

Grande donna, tenace e coraggiosa

Gloria Sebastiani · 23 Gennaio 2020 alle 21:21

Forza Lidia donna coraggiosa, siamo tutte con te

Jenny V · 23 Gennaio 2020 alle 22:25

Woooow. Sono uscita terribilmente scossa dalla lettura di questo articolo. Lidia Vivoli una grande, tenace e guerriera, ce la farai.
Agatha Orrico non so che dire, hai una scrittura talmente empatica che non si riesce a smettere di leggere. Complimenti a entrambe.

Lucia Rulli · 9 Febbraio 2020 alle 11:22

Ho letto tutta l’intervista che sarebbe meglio chiamarla tragedia, sono rimasta sconvolta anche se qualcosa già sapevo, Lidia è una grande donna che fa di tutto per le donne uccise umiliate e devastate da una vita che non meritano. Io sono al vostro fianco da sempre anche quando ero giovane se vedevo una donna per strada maltrattata mi fermavo pronta a intervenire anche a mio rischio perché la rabbia era troppo forte e non avrei potuto fare finta di niente. Cara Lidia ti voglio un mondo di bene e ti auguro di trovare la tranquillità che meriti. Questi uomini devono avere l’ergastolo sono degli assassini e nessuno sconto di pena perché chi ammazza o tenta di ammazzare con tutte le conseguenze per la donna non ha’diritto di vivere insieme ai cittadini ma deve vivere per sempre in galera fino alla sua morte, perché se esce continuerà ad uccidere

Valeia · 9 Febbraio 2020 alle 14:23

Pena di morte per gli omicidi in genere

Giada giada · 11 Febbraio 2020 alle 11:37

Questo articolo talmente ben scritto, senza vittimismo ma con grande forza ci restituisce un po’ di stima verso il giornalismo. Solidarietà per Livia Vivoli.

D'Aloisio Raffaelina · 13 Febbraio 2020 alle 06:49

I commenti:tutte donne, un solo uomo…e questo dice tutto…

Zaira T. · 20 Febbraio 2020 alle 16:35

Ma noi donne cosa dobbiamo fare per essere credute, tutelate, protette da questi mostri?? Io capisco le paure di Lidia sarebbero anche le mie, vogliamo pene piu severe!!

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