11 Maggio 2020 – Di solito evito di esprimermi prima di conoscere tutti i dettagli, ma il delirio social attorno alla liberazione di Silvia Romano impone qualche riflessione.
Sin dall’inizio della sua sparizione la collettività internazionale si è divisa in due gruppi: quelli del “non doveva partire” e quelli del “li aiutava a casa loro, santa subito”.

Entrambe le versioni sono frutto di una visione fin troppo ristretta e distopica della realtà, e non è consolante sapere che anche fuori dall’Italia il dibattito verta sull’emettere giudizi, specie quando la protagonista è donna. Per capirci: se un uomo parte in missione è una persona con valori, se lo fa una donna è una capricciosa che è andata a mettersi nei guai.

Già in questo primo passaggio riaffiora la solita cultura patriarcale, quella che continua a valutare uomo e donna secondo parametri diametralmente opposti: la donna in quanto tale è banalmente incapace di scegliere per sé stessa, è psicologicamente fragile, è sicuramente malleabile quindi vittima. In altre parole: è un essere inferiore.

Più che discutere se fosse opportuno o meno per una donna spostarsi all’altro capo del mondo, che saranno anche scelte sue, sarebbe utile chiederci quanto sia ancora necessario trasformarci in salvatori di un’Africa che chiede solo di potersi salvare da sola, libera da inutili vincoli e catene post coloniali che ne strangolano le economie. Se smettessimo di vedere l’Africa con gli occhi del vittimismo, con le mani ad ampolla in segno di elemosinare qualcosa, forse ci renderemmo conto che in ogni angolo del pianeta esistono situazioni difficili, e che la povertà non è monopolio delle persone di pelle scura.

Ad esempio, nessuno in questa vicenda si è preso la briga di approfondire la pista della Ong sulla quale erano state sollevate zone d’ombra (la stessa Silvia, secondo alcuni testimoni, si sarebbe recata a fare una denuncia prima del suo rapimento, da lì in poi tutto diventa nebuloso). 

Tornando alle due fazioni, il dibattito è finito come sempre per convergere sulla questione religiosa.

Il Gruppo 1, quelli che temono l’islam come se fosse la peggiore delle pestilenze, punta il dito sul fatto che la conversione di Silvia sia volontaria. Per loro a quel punto dovevamo lasciarla là, ignorando probabilmente certe dinamiche, come la paura e la sottomissione dovute al sequestro. Una giovane donna rapita, rinchiusa in una stanza da sola, ha paura e non sa cosa possono riservarle i propri carnefici. È la triste sorte di centinaia di migliaia di donne, che si adeguano ai loro aguzzini non per volontà ma per istinto di sopravvivenza: musulmani, cristiani, neri bianchi o gialli che siano, non c’è differenza. Accade alle sequestrate dai terroristi, come alle mogli picchiate dai mariti e a quelle stuprate per strada. Ma la verità è che a questi paladini del cristianesimo tout court non gliene frega niente della sorte di queste donne, ragionano solo per opportunismo (e per andare contro ai musulmani).

Tra l’altro parlando di conversioni forzate, non ho mai visto sollevarsi una critica in merito a certe – non tutte – missioni che impongono come pegno degli aiuti la conversione forzata al cristianesimo.

Poi c’è il secondo gruppo, quello che vorrebbe assurgere Silvia a simbolo di non si capisce bene quale battaglia. Sono quelli del “vogliamoci bene tutti purchè tu non sia di destra perchè quelli di destra non sono persone”.
Anche costoro stanno usando la carta della sua conversione, dipingendola qui addirittura come segno di emancipazione scomodando termini quali “la vittoria del femminismo”. Ma manco per i cavoli. Come scritto sopra, almeno per ora, nulla si sa sui convincimenti religiosi precedenti al suo rapimento, dunque occorrerebbe tacere prima di sbandierare proclami. Tanto per essere chiari: se la sua scelta religiosa era precedente al rapimento, o maturata nel tempo, sono solo affari suoi, ma se costretta dalla paura non c’è proprio niente da esultare. Poco importa ciò che Silvia ha dichiarato a poche ore dalla scarcerazione, come si può parlare di scelte libere nel merito di una ragazza ferita, rapita e rinchiusa da terroristi armati per un anno e mezzo? Non mi addentro nello spiegare quanto le religioni – tutte – siano contro l’emancipazione delle donne, perchè dovrei scrivere un trattato intero.

Poi francamente: ma chi se ne frega di che religione è, da quando è diventato fondamentale per definire una persona?

Questo scontro religioso non avviene solo in Italia. Un amico stamattina mi ha inviato i link di alcuni giornali che tradotti dall’arabo con uno strano senso d’orgoglio scrivono “Liberata l’italiana che si è convertita all’islam”, così, nemmeno il cognome. Sta bene, che le hanno fatto, chi l’ha rapita? Chi se ne frega, da ieri per qualcuno Silvia Romano non è più la ragazza rapita ma la ragazza convertita.

Io vedo qui due gruppi, di posizioni diametralmente opposte, che convergono nell’utilizzare a sproposito la questione religiosa, a conferma di cosa è oggi la religione per gli uni e gli altri: uno strumento per tirare l’acqua al mulino delle proprie convinzioni e un escamotage per creare divisioni. Per assurdo oggi chi è di destra si professa un fervente cristiano mentre chi è di sinistra descrive i musulmani come massimi esponenti della libertà femminile. Io devo essermi persa qualcosa nel frattempo.

Per fare un parallelo con la triste epoca che stiamo vivendo del corona virus, quelli di sinistra sono gli stessi che da due mesi profetizzano un’ecatombe in Africa (ma perché?) dimostrando di avere una visione limitata e stereotipata di quel continente, mentre quelli di destra tentano di contare gli “immigrati” entrati nella statistica della malattia, escludendoli di fatto dalla società e valutandoli come gruppo a sé stante: stanno sbagliando entrambi.

Tornando a Silvia e come se non bastasse, i giornali, nella solita frenesia di divulgare notizie prive di qualsivoglia approfondimento, focalizzano l’attenzione su aspetti secondari (come era vestita, come era pettinata, non era abbastanza affranta) in funzione della solita manipolazione che si fa sull’aspetto fisico di noi donne. Se avessero liberato un uomo nessuno avrebbe badato a come era vestito.

Come ho già scritto altrove l’unica cosa della quale dovremmo rallegrarci e gioire è che Silvia Romano sia viva, che nonostante la terribile prigionia – da quanto ha dichiarato – non sia stata violentata, abusata, picchiata e questo personalmente è l’aspetto che mi conforta di più e che dovrebbe unirci all’unisono in un grosso sospiro di sollievo.

(di Agatha Orrico)

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Categorie: Attualità

Agatha

Giornalista free-lance Web Journalism Editor e Correttore bozze Collaborazione con rivista letteraria Storie - Roma Recensione dischi e Live per Magazine Shiver Un Fachiro al Cinema Magazine critica cinematografica Articoli viaggio per casa editrice Viaggi Milano

1 commento

Cilla B · 4 Agosto 2020 alle 14:12

Bellissimo articolo. Grazie!

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